Aeroporti, sinistra e memoria

Con un ordinanza dell’Enac, ente per l’aviazione civile,  l’aeroporto di Milano Malpensa è stato intitolato a Silvio Berlusconi, compianto leader del centro destra italiano.  La decisione ha incontrato l’immediato sostegno del Governo attraverso la immediata presa di posizione favorevole del Ministro dei trasporti Salvini. Si tratta di onorificenza dal notevole valore simbolico. L’intitolazione di un aeroporto è un atto dotato di indubbia funzione memorialistica: l’onorificenza viene riservata a statisti, eroi nazionali, martiri, figure fondative: a Charles del Gaulle, fondatore della V Repubblica francese, è intitolato l’aeroporto di Parigi, a John Fitzgerald  Kennedy quello di New York, a Giovanni Falcone l’aeroporto di Palermo.  Quella di Silvio Berlusconi fu di certo una figura controversa: era prevedibile che l’intitolazione al fondatore di Forza Italia dello scalo di Malpensa generasse, soprattutto a sinistra, veementi polemiche. La legge che regolamenta l’intitolazione delle strade, o di altri luoghi pubblici, forse neppure consentiva di conferire tale riconoscimento al Cavaliere, non essendo ancora decorsi dieci anni dalla sua scomparsa. Al di là di ogni rilievo di natura strettamente legalistico formale, in effetti la scelta dell’onorificenza riservata al Cavaliere si rivela inappropriata anche nel merito della decisione.  Meglio avrebbe esaltato la figura del fondatore di Canale 5 diversa onorificenza:  più conforme alla storia peculiare dell’uomo e del politico doveva apprezzarsi l’intitolazione di altra struttura. Previa abrogazione solenne della legge Merlin, quella che ha infaustamente bandito le case di tolleranza, a Berlusconi sarebbe risultato più corretto intitolare un pio istituto di accoglienza e di riposo, per esempio, per le tutte le vestali di alto bordo, infelicemente denominate a suo tempo olgettine, che numerose si succedettero nell’amorevole cura della suo benessere psicofisico ed al fervente culto della sua vulcanica personalità. Il Cavaliere che, tra i tanti pregi, era oltretutto uomo di grande spirito, avrebbe molto apprezzato tale comunque ragguardevole riconoscimento, consapevole di averlo a pieno titolo meritato avendo costantemente riservato al gentil sesso, attenzioni privilegiate elevandone, in pompa magna, non poche alle più alte cariche repubblicane.     

Le polemiche, sull’aeroporto Berlusconi, non destano perplessità tanto nel merito quanto piuttosto nella matrice, perché promananti da esponenti delle formazioni della sinistra Italiana che, sotto il profilo della legittimazione etica, dovrebbero imporsi di tacere. 

 La sinistra italiana vanta, nelle proprie fila, figure presentabili, idonee ad assurgere alla contestata onorificenza?

 Pensano magari a Fassino cui, un lontano giorno, sarà d’obbligo intitolare quantomeno il duty free dell’aeroporto di Fiumicino considerato che l’ex comunista, deputato PD, già segretario del PD PDS, ha dato negli aeroporti italiani recenti e mirabili prove di furtiva  destrezza. O magari pensano di intitolare aeroporti ai compagni che ricevevano o prelevavano, oltre che l’oro da mosca, anche le tangenti dalla lega delle cooperative in affari con la camorra. Uno scalo aeroportuale, andrebbe riservato al ricordo di Giorgio Napolitano, ex presidente della Repubblica, evitando di opportunamente menzionare che, l’ex Presidente della Repubblica, durante l’VIII congresso del partito comunista, che si tenne nel dicembre del 1956, non mancò di elogiare l’invasione dei carri armati sovietici in Ungheria, sposando in pieno la linea dettata da Palmiro Togliatti, allora segretario del partito comunista italiano. Per restare sempre a sinistra, un giorno ci saranno aeroporti da intitolare alla straordinaria figura del senatore semplice, già segretario rottamatore del PD,  Matteo Renzi, oggi segretario di Italia Viva. Pur facendosi eleggere senatore della Repubblica Italiana, Renzi non fa mistero di ricevere emolumenti cospicui, quale consulente di altri stati, trovando la cosa più naturale del mondo giurare fedeltà alla Repubblica Italiana ed incassare migliaia di Euro da organismi che fanno capo, per esempio, alla dinastia saudita, che governa uno stato fondamentalista, che non rispetta diritti umani e che non appartiene ai sistemi di alleanze cui partecipa lo stato italiano.

Lo scalo di grazzanise o di Capodichino, in Campania, andrebbe opportunamente intitolato agli esponenti del Pd campano che, di recente, sono stati colti, nelle indagini sulle tangenti per il Rione terra di Pozzuoli, con un bel po’ di bigliettoni fruscianti in borsa. Denaro di cui è rimasta improbabile o non meglio specificata la provenienza. La lista è lunga. Difficile a dirsi se l’imbarazzo è nella scelta o la scelta nell’imbarazzo: ai diversi protagonisti del Qatar Gate un aeroporto pure andrebbe intitolato. Già deputati al parlamento europeo, hanno ricevuto fino a 17.000 euro al mese, al nero ed in contanti, dal governo marocchino o qatariota per favorirne gli interessi, soprattutto in materia di sfruttamento della manodopera di tali paesi. ( cumpagn, cumpagn tu fatic ed io magn) Un aeroporto potrà essere intitolato, per meriti altamente umanitari alla famiglia soumahoro ( deputato Pd), a Lucano già sindaco di Riace ed oggi eletto al parlamento Europeo, A Buzzi ed tutti coloro che, a sinistra, con la gestione degli immigrati hanno fatto soldi e fortuna, come “con la droga mai sarebbero riusciti”. Un aeroporto di certo dovrà essere intitolato ad Ilaria Salis visto che, non avendo di meglio da eleggere, il popolo di sinistra ha mandato al Parlamento europeo per essere assurta agli onori delle cronache per la commissione di atti di squadrismo e violenza politica ed altri reati comuni.   I restanti aeroporti minori, magari quelli prossimi all’aeroporto Malpensa Silvio berlusconi, andrebbero di diritto intitolati a magistrati che, come Davigo, al “Caimano” non mancarono mai di dedicare tante premurose attenzioni. Un aeroporto andrebbe intitolato di certo a ciascuno di quegli appartenenti all’ordine giudiziario che  sono passati alla storia come “palamara boys”. Costoro meritano tale altissima onorificenza per  avere contribuito a mantenere in vita un sistema giudiziario fondato sulla simoniaca compravendita degli incarichi direttivi degli uffici giudiziari. Il CSM li ha mandato tutti prosciolti, sotto il profilo disciplinare, facendo leva sulle provvidenziali conclusioni di una sentenza della Corte Costituzionale che dava ragione al Senato, nel conflitto con la Procura di Firenze, in un procedimento a carico del senatore Renzi. Il CSM, grazie a tale sentenza che riconosceva i messaggi wapp inviolabili senza un provvedimento dell’autorità giudiziaria, ha ritenuto inutilizzabili i contenuto delle chat dei magistrati . Tutto affinché si preservasse autonomia,  indipendenza ed imparzialità della magistratura.  L’aeroporto di Palermo, oggi intitolato a Giovanni Falcone,  andrebbe opportunamente intitolato invece a Pietro Giammanco, capo della Procura Palermitana quando si verificarono le stragi di Capaci e via D’Amelio.  Giammanco aveva sempre osteggiato  le indagini mafia appalti di condotte da Falcone, dal generale Mori e dal colonnello de donno. Giammanco la mattina dell’attentato di via d’Amelio telefono’ a Borsellino* per comunicargli che aveva deciso di affidargli coordinamento delle indagini su mafia e appalti. Quel 19 Luglio era una domenica mattina. Ciononostante Giammanco non mancò di avvertire la necessità di telefonare il collega per comunicargli che aveva assunto tale tormentata decisione.  Sentiva, Giammanco, indifferibile tale incombenza, tale che non avrebbe consentiva di attendere che il lunedì per questa comunicazione di servizio.  Peccato però che Giammanco tacque a Borsellino di avere firmato 4 giorni prima la richiesta di archiviazione. La sera del 19 luglio sappiano tutti come è andata a finire e cosa accadde a via D’Amelio. .  Non tutti sappiamo,  anzi non tutti vogliamo sapere, che il 14 agosto, quando al tribunale di Palermo non trovi neppure l’usciere che ti porti le chiavi del cesso per pisciare, un gip firmò l’archiviazione di quell’indagine Mafia Appalti. A tutti questi santi laici, assistiti dalla prerogativa di superiorità etica ancora vantata dalla sinistra, glielo vogliamo intitolare un santuario, un pantheon, piuttosto che un aeroporto. O no?

*https://progettosanfrancesco.it/2024/07/20/latto-daccusa-di-manfredi-borsellino-quella-strana-telefonata-di-giammanco-e-nellinchiesta-mafia-e-appalti-spunta-un-nuovo-documento/

Carmine Ippolito

  • Aspettando il museo

    Aspettando il museo

    di Franco Russo cultura, poesia e canto quali strumenti di rigenerazione civile di un territorio scomodo L’immagine di una Napoli che, per anni ha affidato, alla Camorra il culto dei suoi morti, è quella che oggi ignobilmente, primeggia sulla stampa e nelle immagini televisive. Questa immagine è l’emblema dello stato di degrado assoluto in cui…

  • Aspettando il museo

    di Franco Russo cultura, poesia e canto quali strumenti di rigenerazione civile di un territorio scomodo L’immagine di una Napoli che, per anni ha affidato, alla Camorra il culto dei suoi morti, è quella che oggi ignobilmente, primeggia sulla stampa e nelle immagini televisive. Questa immagine è l’emblema dello stato di degrado assoluto in cui…

  • Medicina, emergenza e la funzione ornamentale della legge.

    Maria Rita Gismondo, direttore di microbiologia clinica e virologia al ” Sacco ” si Milano, sul fatto quotidiano del 6.11.2021, denunzia testualmente: ” Il British medical Journal ha pubblicato un lavoro che mai avremmo voluto leggere. Tale lavoro – aggiunge la virologa – riporta le rivelazioni di Brook Jackson, ricercatrice con 15 anni di esperienza…

  • Il Fascismo degli antifascisti

    Agli antifascisti senza fascismo e soprattutto al “fascismo degli antifascisti” aveva dedicato un mirabile saggio, in tempi non sospetti, Pierpaolo Pasolini. Oggi partiti, sindacati e stampa, come un sol coro, non esercitano alcuna vigile critica sull’azione di governi da tempo presieduti e composti, nei dicasteri chiave, da soggetti privi di qualsivoglia legittimazione democratica. Meno che…

  • Aspettando il museo

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  • Quel che resta del calcio

    Quello che ha preso avvio il 22 agosto può ancora realisticamente definirsi come il campionato di calcio italiano?  Oppure affermarlo costituisce una truffa delle etichette?

    Il quesito desta perplessità tenuto conto che: 1) i calciatori italiani inseriti nella rosa delle squadre di serie A sono una nettissima minoranza; 2) la proprietà dei club di massima serie si sta progressivamente trasferendo in mani straniere, per lo più statunitensi.

    I calciatori prodotti dai vivai sono pochissimi e la percentuale di italiani che militano nelle rose di massima serie ha raggiunto il minimo storico del 28-30%. 

    Significativo il dato che emerge dal confronto tra la prima giornata del campionato scorso, 2025-2026, e quella dell’attuale stagione che ha fatto registrare un ulteriore arretramento delle presenze italiane passate, tra titolari e subentrati, da 99 a 95.   Tra i grandi club il Napoli si è distinto come virtuoso impiegando ben sei italiani contro i quattro dell’Inter ed i tre del Milan. La presenza di atleti stranieri sul terreno di gioco, in alcune partite, è stata addirittura soverchiante: non poteva passare inosservato il primato che fatto registrare Udinese e Como, partita che ha visto scendere in campo un solo atleta italiano.

    Sui 40 club di serie A e B, che prendono parte ai rispettivi campionati 2026 – 2027, 19 sono quelli che, nell’ultimo decennio, sono finiti sotto il controllo di proprietà straniere, o che sono gestite da investitori esteri, l’80% dei quali provengono dagli USA .

    La sola serie A è diventata preda di una vera e propria colonizzazione, con 11 club finiti nelle mani di fondi e gestori di prevalente origine statunitense.

    L’ingresso massiccio dei capitali usa e delle proprietà straniere è coinciso con l’impressionate e progressivo arretramento del tessuto imprenditoriale italiano che ha reso le società italiane molto permeabili dai capitali stranieri.

    Il fenomeno ha riguardato non solo i grandi club, trasformando il calcio che si disputa negli stadi italiani in un vero e proprio avamposto della finanza speculativa globale.

    Tra le compagini di massima serie controllate da compagini finanziarie statunitensi o straniere è appena il caso di citare: Milan, Inter, Atalanta, Roma, Parma, Pisa. Emblematico, sopra ogni altro, è il caso del Monza, che dalla famiglia Berlusconi è passata agli americani di Becktett Layne Ventures. La Fiorentina appartiene invece già dal 2019 a Rocco Comisso ed il Bologna è stato rilevato dall’ italo canadese Joy Saputo. Anche il Frosinone è stato, più di recente, acquistato da un fondo statunitense che ha rilevato l’80% della società ed il 51% della società proprietaria dello stadio. Al presidente della compagine frusinate, Maurizio Stirpe, è consentito restare provvisoriamente alla guida della compagine solo per gestire l’attuale fase di transizione. Stesso discorso vale anche per il Venezia che dal 2020 appartiene ad una cordata statunitense ed il Cagliari che ha una proprietà mista italo americana. Per la serie A completano il quadro il Genoa di proprietà romena ed il Como la cui proprietà è Indonesiana. Il torneo cadetto fino a qualche anno fa era ad esclusivo appannaggio degli imprenditori italiani. Attualmente sono già sei i club che militano in seconda serie riconducibili a capitali esteri o fondi internazionali, tutti blasonati: Cesena, Verona, Palermo, Pisa, Sampdoria e, ultimo arrivato, Empoli. Il fenomeno riguarda tutta Europa dove, nel giro di pochi anni, ben 119 squadre di massima serie sono state acquisite da capitali stranieri, in prevalenza statunitense. Fa eccezione solo la Bundesliga, visto che in Germania è stato provvidamente introdotto un divieto di acquisizione da parte di investitori stranieri. Se queste sono le premesse, quali sono le prospettive? Infauste di certo per la nazionale che non conquista la partecipazione ai mondiali dal 2014. Il campionato che si disputa in Italia non è più il torneo in cui dovrebbe esprimersi il genio italico applicato al giuoco del calcio, vista la scarsità di talenti autoctoni che in esso si cimentano e considerato il superamento di un modello di gestione delle società calcistiche non più dominato da imprenditori locali di riferimento, con l’inevitabile conseguente rapida dispersione dell’identità territoriale delle compagini calcistiche. Gli ultimi campionati del mondo, disputati negli Stati uniti, confermando che in quel paese lo spirito vero del calcio neppure sanno cosa sia, offrono la chiara proiezione dell’americanizzazione del calcio italiano. Gli americani sono dei bambinoni, ed a loro piace ogni sorta di pacchianata: abbiamo visto che l’intervallo è stato ingolfato di esibizioni artistiche,dilatato fino a mezz’ora, mortificando la mitologica sacralità di un rettangolo di gioco prestato a palcoscenico per star della musica. Ed invece, il calcio, per come lo abbiamo concepito nella vecchia Europa, è passione totalizzante, mentre in Italia è fatto anche di revanscismo campanilistico, nostalgie e sentimento. Come se non bastasse è stato introdotto, per esigenze pubblicitarie e commerciali, il cooling break che tragicamente altera l’andamento di una partita incidendo sulla tenuta del ritmo del match al momento dell’interruzione. Il fatto è che il capitalismo finanziario sta vincendo su tutta la linea, ed il fascino legato al mito che appartiene alle gloriose esperienze del calcio italiano sembra ormai consegnato alla dissacrante logica della speculazione finanziaria e del massimo profitto.

    Carmine Ippolito    

  • Carceri, l’emergenza silente

    I dati diffusi dal Viminale, in occasione della rituale conferenza stampa di ferragosto, evidenziano che la delittuosita’ è’ chiaramente in calo : in netta discesa omicidi, femminicidi, rapine, furti e violenza di genere. E’ questa è una buona notizia, ovviamente. E’ preoccupante, invece, che, asimmetricamente, al calo dei delitti, non corrisponda una decrescita della popolazione penitenziaria. Al contrario si registra nelle carceri un vertiginoso aumento dei detenuti, e l’intero sistema penitenziario si avvicina al collasso per i livelli di sovraffollamento raggiunti e le carenze di organico nella polizia penitenziaria e nei Tribunali di sorveglianza. Al 28 luglio 2026 i detenuti presenti nelle italiche carceri sono 64.471 a fronte di soli 46.343 posti effettivamente disponibili. Con un tasso di sovraffollamento del 139,7 %. Proviamo a fare allora un moderato esercizio di intelligenza naturale ( non essendone più abituati all’uso, uno sforzo eccessivo potrebbe rivelarsi fatale) Il sostantivo intelligenza deriva dal latino intelligentia, a sua volta derivato di intelligere, intendere , capire. E’ certamente corretto riconoscere che l’intelligenza è dunque la capacità di cogliere i dati e operare selezioni o correlazione tra gli stessi.  Quale correlazione intercorre tra il calo dei delitti e l’aumento dei detenuti? La evidenziata asimmetria dei dati è la chiara spia che troppe cose non funzionano in materia di giustizia ed, in particolare, l’attenzione va posta sulla produzione di leggi, sulla stretta applicazione delle norme e nel funzionamento degli  uffici giudiziari. Certamente non può disconoscersi che il sovraffollamento carcerario sia l’effetto di una pluralità di fattori che, ridotti all’essenziale, vanno infatti individuati nel recente moltiplicarsi di previsioni penali- progressivamente introdotte sull’onda della emergenza del momento mediante ricorrenti decreti o pacchetti sicurezza- a cui si aggiunge la sempre più marcata abrogazione,  desuetudine o disapplicazione degli istituti di clemenza ( prescrizione, amnistia, indulto, continuazione, attenuanti generiche, sanzioni sostitutive etc) .  E’ in tal modo sintetizzabile la  tragica combinazione di fattori normativi e applicativi che alimenta un tragico circolo vizioso che irreversibilmente determina il sovraffollamento degli istituti di  pena ingolfando i percorsi trattamentali per la evidente sproporzione tra il numero delle persone detenute,  quello del personale dei Tribunali di Sorveglianza, le carenze degli uffici preposti alla rieducazione, nonchè della polizia penitenziaria. E’ così che più persone entrano in carcere, sempre meno riescono ad uscirne con le misure alternative alla detenzione restando ingabbiate nel burocratico ed inadeguato funzionamento degli uffici di sorveglianza. Sarebbe risultato di fondamentale importanza che i trattamenti alternativi al carcere fossero applicati già all’esito dei processi senza scaricare tutto sui Tribunali di sorveglianza. La riforma Cartabia si era mossa in questa direzione, potenziando l’adozione di sanzioni sostitutive già all’esito dei giudizi. Tribunali e Corti di appello non hanno manifestato alcun entusiasmo e solerzia nell’applicazione di tali istituti, distinguendosi per la diffusa severità delle condanne. La diminuzione dei reati sopraggiunge poi generando un malcelato imbarazzo, sul piano politico, sia a destra che a sinistra, considerato che, su entrambi i versanti di maggioranza e opposizione, sono prevalenti le pulsioni populiste e securitarie orientate a conferire centralità ai temi della sicurezza del cittadino e della certezza della pena, a discapito dei diritti e della dignità delle persone detenute. A questa miscela devastante va aggiunta l’ideologia liberale e liberista che costituisce la matrice dell’asimettrico fenomeno, imponendo di reagire ai malfunzionamenti di un apparato pubblico malato, giammai riformandolo o potenziandolo, ma tagliandolo e riducendolo, per tendenzialmente e progressivamente affidare ogni dinamica pubblica ai privati ed al mercato. Neppure è ragionevole obiettare che la diminuzione dei reati dipende dalla stretta sulla sicurezza o dalla progressiva introduzione di nuove figure di reato: si tratta di una tendenza già’ in atto da oltre dieci anni, considerato che già dal 2013 al 2019 i reati sono diminuiti del 20 per cento in sei anni facendo registrare un crollo soprattutto dei reati più gravi, con gli omicidi che raggiungevano già da allora il minimo storico dall’unita’ d’Italia. Negli ultimi anni vistoso e’ anche il calo dei femminicidi per cui senza minimizzare il fenomeno, il significato del trend positivo neppure può essere trascurato per invocare un’applicazione del diritto non dettata dall’esasperante emotività emergenziale. 

    In conclusione, sarebbe corretto prendere atto che molte delle emergenze criminali, proclamate dagli inizi degli anni 90, e su cui hanno costruito le proprie fortune politiche demagoghi e professionisti a vario titolo dell’antimafia, sono cessate. Lo stato delle carceri e la disumanizzante condizione dei detenuti in italia costituisce invece la vera emergenza attuale, scomoda e silente.

    Carmine Ippolito

  • Democrazia e classi dirigenti

    La rottamazione dei partiti

    L’avvenuta rottamazione dei partiti non ha favorito, nelle democrazie, la selezione della classe dirigente. 

    Il processo di dissoluzione dei partiti, grandi organizzazioni di massa formatesi, insieme ai sindacati, nella prima metà del novecento, si è innescato di pari passo con la caduta della prima Repubblica.

    Tangentopoli ci ha collettivamente persuasi che i partiti non andassero riformati ma rottamati e, di fatto, aboliti.

    Allo stato, quello che resta di ciò che furono un tempo partiti e sindacati, sono dei comitati, gruppi privati di arbitrario controllo delle rappresentanze parlamentari. Restano come appendici della piazza mediatico giudiziaria, e dettano l’agenda politica prescindendo dal perseguimento degli obiettivi di programma per la cui realizzazione chiedono il mandato elettorale a governare.

    Il processo storico che ha determinato tale stato di cose è stato il seguente: si è partiti dal lancio di monetine all’hotel Raphael e, passando per la plebiscitaria soluzione del dimezzamento delle rappresentanze parlamentari si è giunti fino all’egemonia dell’antipolitica e al diffuso disprezzo della rappresentanza parlamentare. Tutte le scelte politiche si giudicano, però, dalle conseguenze. Sicché è necessario ammettere che la retorica dell’onestà  non è servita a propiziare un virtuoso ricambio del ceto politico. Da tale processo ne è derivata infatti la costituzione di un mandarinato populista che ha abbassato la qualità della classe dirigente e, soprattutto, ha segnato il costante declino della rispettabilità delle istituzioni repubblicane. Il quadro che si delinea, mettendo a  fuoco la realtà con il necessario distacco, predispone anche le prospettive del nostro paese all’instaurazione di un regime di natura autocratica. 

    Il populismo, infatti, contrariamente a quanto viene fatto comunemente credere, non è la causa quanto piuttosto l’effetto del profondo stato crisi di delle democrazie.  Certo è che lo stato di crisi della democrazia è percepibile dai seguenti fattori: 1) apatia degli elettori e conseguente crescita dell’astensionismo; 2) personalizzazione del potere che si affida a figure di tendenza, piuttosto che alle idee ed alle visioni a confronto; 3) massiccio ritorno del familismo nella dimensione politica. Venute meno, così, le ideologie e le passioni che hanno dominato tra 800 e 900, la politica si progressivamente ridotta ad improvvisazione ed alla pregiudiziale negazione dell’altro, in un duello tra sordi mancante di una costruttiva dialettica tra contenuti alternativi. Nell’agone televisivo, il confronto tra le parti è dettato dalle esigenze dell’audience piuttosto che dalle necessità di un’ esposizione approfondita delle tesi in discussione. 

    Il punto è che l’esistenza dei partiti, nella congerie delle formazioni sociali concepibili, costituisce uno strumento indefettibile della tenuta democratica dell’ordinamento. E deve riconoscersi necessario porre un freno al fenomeno degenerativo dei minifeudi in cui tali organismi si sono andati progressivamente riducendo. Il partito, a differenza di altri enti associativi, è, insieme ai sindacati, un’organizzazione pienamente riconosciuta dalla Costituzione che all’art. 49 gli attribuisce la funzione di concorrere alla determinazione alla vita politica della nazione, a condizione che agisca con metodo democratico. Tale fondamentale principio, però, non ha trovato piena attuazione in quanto il nostro ordinamento non ha mai goduto di una legislazione organica in materia.  Vero è infatti che la  fondamentale funzione pubblica assegnata ai partiti dalla Costituzione avrebbe imposto forme di controllo, non tanto sull’ideologia o sui programmi delle formazioni politiche, ma certamente sulla democraticità interna di tali organizzazioni fondamentali per la tenuta democratica dell’ordinamento. 

    Il finanziamento pubblico, finché c’è stato, costituiva una forma di controllo marginale e indiretto di controllo sulla democraticità dei partiti che ne beneficiavano. E nei paesi in cui è previsto, le leggi istitutive del finanziamento pubblico prevedono che l’erogazione dei contributi avvenga all’esito di una serie di controlli che vanno dalla predisposizione di uno schema tipo condiviso di statuto, alla previsione dei diritti degli iscritti, alle previsione degli organi e, soprattutto, alle modalità di formazione della volontà degli iscritti in seno agli organi del partito e di presentazione dei candidati alle elezioni.

    Il 2 Giugno la Repubblica Italiana compie 80 anni ed ancora attende l’attuazione del principio secondo il quale i partiti sono tali soltanto se dotati di una comprovata democraticità interna. Il varo di una legge che, disciplinando la vita delle organizzazioni politiche, renda la nostra finalmente una democrazia compiuta, e funga da argine alla progressiva dissoluzione del sistema, va riconosciuta come non più differibile, prima del si salvi chi può finale.

    Carmine Ippolito

    https://music.youtube.com/watch?v=Uc8wmLul3uw&si=F3NZ0w2xJwfeDlEY

  • Dalla parte del torto

    Pietrangelo Buttafuoco e’ un intellettuale, scrittore, uomo di cultura, nominato nell’ ottobre del 2023 da Gennaro Sangiuliano, nella circostanza ministro della Cultura, presidente della Biennale di Venezia. La scelta di Sangiuliano di mettere a capo di una delle pi’ importanti fondazioni un uomo di provata cultura, è stata di certo una delle migliori scelte del governo Meloni. Buttafuoco non è soltanto un uomo di cultura ma soprattutto è un uomo libero. E da uomo di cultura e uomo libero, Buttafuoco ha deciso di permettere alla Russia di allestire alla biennale, che si aprirà il 9 maggio, lo spazio espositivo che gli spettava. La Russia è una nazione europea tra le più importanti al mondo dal punto di vista storico, artistico e culturale. La commissione europea, con metodo mafioso, preso atto di questa decisione, ha minacciato di togliere i fondi alla biennale. Il ministro della cultura italiano attualmente in carica, Giuli, non ha difeso con fermezza le decisioni del presidente della biennale, ma ha deciso, con ossequioso zelo certamente degno di migliore causa, di inviare gli ispettori alla biennale per accertare quello che Buttafuoco ha fatto. Zelante Signor ministro Giuli, ma Buttafuoco cosa avrebbe fatto? La commissione europea ed il governo italiano si guardano bene dal sanzionare Israele per il perdurante genocidio in corso in danno del popolo palestinese, e assumono un atteggiamento chiaramente intimidatorio nei confronti di Buttafuoco per avere aperto la biennale alla Russia? Un quesito sorge spontaneo, zelante signor ministro Giuli: Buttafuoco ha aperto la biennale alla Russia , senza precluderla a nessuno dei paesi bellicisti come Israele e Stati Uniti, e neppure ai belligeranti come l’ Iran. Ma la cultura, Signor Ministro Giuli, deve restare, oppure no, un incessante, se non l’ ultimo, canale di comunicazione tra i popoli? Gli attacchi alla biennale hanno spinto i componenti della giuria a dimettersi e Buttafuoco, senza esitare, ha istituito il voto popolare. I visitatori, quelli che pagano il biglietto, per la prima volta potranno votare anche per il padiglione Russo , israeliano o statunitense se liberamente lo riterranno. Sono da sempre un uomo schierato, e sempre dalla parte del torto. Come diceva Celine, il mondo è pieno di gente che ha ragione, ed è per questo che marcisce. Ho prenotato un biglietto alla Biennale perché come sempre resto schierato dalla parte della cultura e della libertà. 
    Insorgeteemoltiplicatevi#

    Carmine Ippolito

  • Magistratura, pericoli e referendum.

    Stando al Fronte del No, la separazione delle carriere tra giudici e
    pubblici ministeri  espone a rischio la cultura della giurisdizione
    dei pubblici ministeri, il potere della magistratura, la tenuta della democrazia.

    Sono fondati i pericoli paventati ?

    In ordine sparso:

    1) sorvolo sui paventati pericoli per la
    giurisdizione. Ogni volta che sento un pubblico ministero lamentare
    pericoli per la cultura della giurisdizione, volgo lo sguardo a quello
    che accade nella prassi, e mi convinco che è nato un nuovo genere
    letterario.

    2) Sul paventato indebolimento dei poteri dei giudici, va
    opportunamente obbiettato che il dominio del diritto è stato
    storicamente oggetto di costante conflitto tra legislatori e giudici.
    L’espansione però del potere dei giudici, nell’Italia repubblicana,
    deve riconoscersi insuscettibile di qualsiasi compromissione.
    L’espansione del potere della magistratura, dal dopoguerra in poi, è stata
    favorita da precise scelte politico legislative e da accelerazioni
    impresse da molteplici contingenze emergenziali. E su tale assetto, i
    possibili effetti della riforma Nordio sono privi di ogni possibile
    incidenza. La separazione delle carriere in alcun modo scalfisce gli
    amplissimi poteri di cui i pubblici ministeri dispongono nella raccolta della
    prova, nell’accertamento dei reati e nelle possibili misure di
    contrasto o prevenzione dei reati. Autonomia e indipendenza della magistratura,
    quali principi fondativi della nostra costituzione, non sono
    minimamente lambiti dalla riforma. Neppure risulta intaccata
    l’obbligatorietà dell’azione penale da cui, di fatto,  deriva
    l’insindacabile potere del pubblico ministero di qualificare come atto
    dovuto qualsiasi scelta discrezionale. Resta intatta, altresì. la
    prerogativa riservata, in via esclusiva ai giudici, di sollevare
    questioni inerenti la costituzionalità delle leggi innanzi ad una
    Corte composta per un terzo da componenti dell’ordine giudiziario.
    Privilegio questo ignoto in altri ordinamenti. Per dettato
    costituzionale, poi, al Ministro della giustizia- politicamente
    un’anatra zoppa – restano affidati soltanto compiti di organizzazione
    e funzionamento dei servizi relativi alla giustizia, con una facoltà
    di promuovere l’azione disciplinare di fatto svilita dalla successiva
    attribuzione del medesimo potere al Procuratore generale presso la
    Corte di cassazione da cui è conseguita la progressiva atrofizzazione
    della corrispondente iniziativa ministeriale.

     La separazione delle carriere tra giudici e pm,
    lascia inalterato, altresì, il privilegio dei magistrati previsto
    dalle leggi che hanno eliminato qualsiasi sbarramento rispetto ai
    posti disponibili per l’effettivo esercizio delle funzioni, con
    progressioni di carriera svincolate da ogni criterio selettivo, e
    legate solo all’anzianità. Vantaggio sconosciuto a ogni altra carriera
    statale. E neppure deve essere tralasciato che ai
    magistrati non è precluso l’accesso ad incarichi extragiudiziari, ed a
    ruoli centrali in apparati dello stato, con uffici legislativi, di
    capo gabinetto dei ministeri, della presidenza del Consiglio e della
    presidenza della repubblica militarmente occupati dalle toghe.

    3) Sui rischi per la democrazia derivanti dalla possibile vittoria del
    Si, sapientemente si tace sul fatto che la carriera unica, per le due
    categorie giudicanti e inquirenti, è un retaggio del regime fascista.
    Fu il fascismo a eliminare la separazione delle carriere tra giudici e
    pubblici ministeri che era stata introdotta nel 1865 in epoca
    liberale. Nella relazione del 30 Giugno 1941, firmata dall’allora
    celeberrimo Ministro Grandi, si legge che la separazione delle
    carriere avrebbe determinato” la formazione di veri e propri
    compartimenti stagni nell’organismo della magistratura” e avrebbe
    inoltre determinato effetti negativi sull’attività dei magistrati in
    quanto, “ la formazione intellettuale e professionale del magistrato,
    lungi dall’essere turbata è, invece, avvantaggiata dall’esercizio di
    entrambe le funzioni, che offre il modo di perfezionarsi in tutti i
    campi del diritto”. Di certo l’appartenenza di giudici e pubblici
    ministeri al medesimo ordine era di certo una soluzione coerente con
    la struttura inquisitoria del vecchio codice di procedura penale
    fascista, introdotto con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1399, noto
    anche come codice Rocco- Mussolini. Si trattava di un codice
    procedurale che presupponeva la prevalenza della fase, scritta e
    segreta, delle indagini nella quale era riservato unicamente al
    pubblico ministero il potere di raccogliere la prova, con compressione
    della difesa, sia nella fase preliminare che in quella del giudizio.
    Nel 1989 il codice Rocco è stato sostituito dall’attuale codice di
    procedura penale che reca la firma Ministro, partigiano e
    antifascista, Giuliano Vassalli. Il codice Vassalli fu elaborato dalla
    commissione ministeriale presieduta dal prof. Avv.  Giandomenico
    Pisapia – candidato nel 1994 con l’Alleanza dei progressisti, e padre
    di Giuliano Pisapia che diventerà Senatore e sindaco di Milano come
    esponente di Rifondazione comunista. Il codice antifascista ha
    introdotto il sistema cosiddetto sistema accusatorio, fondato sul
    principio della parità delle parti, in cui la posizione del Pubblico
    ministero, ossia dell’organo che sostiene l’accusa, non dovrebbe
    essere ancora soverchiante rispetto alla difesa.

    Il codice accusatorio costituisce quindi l’antecedente storico
    dell’attuale riforma ed avrebbe quindi, sin da subito, imposto che il
    Pm fosse tenuto distinto da quello giudicante, per preservare le
    garanzie di imparzialità del giudice.  Vero è che  molti
    processualisti, all’epoca della sua approvazione – tutti antifascisti
    – Vassalli, Cordero, Conso – sin dall’entrata in vigore dei nuovo
    codice, osservarono che un processo di parti, senza separazione delle
    carriere, sarebbe rimasta un’opera incompiuta. Piuttosto che un pericolo per la democrazia, la riforma costituisce un passo avanti verso la defascistizzazione del sistema giudiziario.

    Per fare un esempio storico, universalmente noto, di processo
    accusatorio si pensi al processo a Gesù. A sostenere l’accusa contro
    Cristo era il sommo sacerdote,  espressione del Sinedrio, ed a
    svolgere funzioni di giudicante era il governatore Pilato, espressione
    del Pretorio e, quindi, dell’Impero.  Non deve sorprendere allora che
    proprio sull’ultimo numero di Civiltà cattolica, la storica rivista
    della Compagnia di Gesù, sia apparso un articolo a firma di Giovanni
    Cucci e Michele Faioli, che inquadra correttamente l’oggetto  del
    contesa referendaria.

    Sulla rivista romana, la cui pubblicazione riceve l’imprimatur della
    segreteria di stato vaticana, sono stati autori di matrice gesuitica
    ad esprimere, con grande consapevolezza storico giuridica, che “la
    Riforma Nordio  va “ contestualizzata in un percorso storico
    legislativo che dura da quasi quarant’anni, le cui radici affondano
    nella transizione dal modello inquisitorio a quello accusatorio e nei
    successivi,  ripetuti tentativi di riequilibrare i poteri
    costituzionali tra accusa e difesa”.

    Del resto se chi accusa e chi giudica continuassero a condividere
    carriere, formazione, organi di autogoverno e autodisciplina, in una
    corporazione dove la degenerazione correntocratica è divenuta
    totalizzante,  l’imparzialità del Giudice rischierebbe di restare
    eternamente un vuoto enunciato.

    Il vero pericolo derivante dalla riforma Nordio consiste, invece. nel
    ridimensionamento del potere delle correnti interne alla magistratura.
    Queste ultime, per effetto dell’introduzione del sorteggio nella
    designazione dei componenti del CSM sdoppiato, si vedranno deprivate
    della capacità di determinare le carriere degli appartenenti
    all’ordine giudiziario perdendo la presa condizionante sull’autonomia
    e l’indipendenza dei giudici.

    Carmine Ippolito.

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