Democrazia e classi dirigenti

La rottamazione dei partiti

L’avvenuta rottamazione dei partiti non ha favorito, nelle democrazie, la selezione della classe dirigente. 

Il processo di dissoluzione dei partiti, grandi organizzazioni di massa formatesi, insieme ai sindacati, nella prima metà del novecento, si è innescato di pari passo con la caduta della prima Repubblica.

Tangentopoli ci ha collettivamente persuasi che i partiti non andassero riformati ma rottamati e, di fatto, aboliti.

Allo stato, quello che resta di ciò che furono un tempo partiti e sindacati, sono dei comitati, gruppi privati di arbitrario controllo delle rappresentanze parlamentari. Restano come appendici della piazza mediatico giudiziaria, e dettano l’agenda politica prescindendo dal perseguimento degli obiettivi di programma per la cui realizzazione chiedono il mandato elettorale a governare.

Il processo storico che ha determinato tale stato di cose è stato il seguente: si è partiti dal lancio di monetine all’hotel Raphael e, passando per la plebiscitaria soluzione del dimezzamento delle rappresentanze parlamentari si è giunti fino all’egemonia dell’antipolitica e al diffuso disprezzo della rappresentanza parlamentare. Tutte le scelte politiche si giudicano, però, dalle conseguenze. Sicché è necessario ammettere che la retorica dell’onestà  non è servita a propiziare un virtuoso ricambio del ceto politico. Da tale processo ne è derivata infatti la costituzione di un mandarinato populista che ha abbassato la qualità della classe dirigente e, soprattutto, ha segnato il costante declino della rispettabilità delle istituzioni repubblicane. Il quadro che si delinea, mettendo a  fuoco la realtà con il necessario distacco, predispone anche le prospettive del nostro paese all’instaurazione di un regime di natura autocratica. 

Il populismo, infatti, contrariamente a quanto viene fatto comunemente credere, non è la causa quanto piuttosto l’effetto del profondo stato crisi di delle democrazie.  Certo è che lo stato di crisi della democrazia è percepibile dai seguenti fattori: 1) apatia degli elettori e conseguente crescita dell’astensionismo; 2) personalizzazione del potere che si affida a figure di tendenza, piuttosto che alle idee ed alle visioni a confronto; 3) massiccio ritorno del familismo nella dimensione politica. Venute meno, così, le ideologie e le passioni che hanno dominato tra 800 e 900, la politica si progressivamente ridotta ad improvvisazione ed alla pregiudiziale negazione dell’altro, in un duello tra sordi mancante di una costruttiva dialettica tra contenuti alternativi. Nell’agone televisivo, il confronto tra le parti è dettato dalle esigenze dell’audience piuttosto che dalle necessità di un’ esposizione approfondita delle tesi in discussione. 

Il punto è che l’esistenza dei partiti, nella congerie delle formazioni sociali concepibili, costituisce uno strumento indefettibile della tenuta democratica dell’ordinamento. E deve riconoscersi necessario porre un freno al fenomeno degenerativo dei minifeudi in cui tali organismi si sono andati progressivamente riducendo. Il partito, a differenza di altri enti associativi, è, insieme ai sindacati, un’organizzazione pienamente riconosciuta dalla Costituzione che all’art. 49 gli attribuisce la funzione di concorrere alla determinazione alla vita politica della nazione, a condizione che agisca con metodo democratico. Tale fondamentale principio, però, non ha trovato piena attuazione in quanto il nostro ordinamento non ha mai goduto di una legislazione organica in materia.  Vero è infatti che la  fondamentale funzione pubblica assegnata ai partiti dalla Costituzione avrebbe imposto forme di controllo, non tanto sull’ideologia o sui programmi delle formazioni politiche, ma certamente sulla democraticità interna di tali organizzazioni fondamentali per la tenuta democratica dell’ordinamento. 

Il finanziamento pubblico, finché c’è stato, costituiva una forma di controllo marginale e indiretto di controllo sulla democraticità dei partiti che ne beneficiavano. E nei paesi in cui è previsto, le leggi istitutive del finanziamento pubblico prevedono che l’erogazione dei contributi avvenga all’esito di una serie di controlli che vanno dalla predisposizione di uno schema tipo condiviso di statuto, alla previsione dei diritti degli iscritti, alle previsione degli organi e, soprattutto, alle modalità di formazione della volontà degli iscritti in seno agli organi del partito e di presentazione dei candidati alle elezioni.

Il 2 Giugno la Repubblica Italiana compie 80 anni ed ancora attende l’attuazione del principio secondo il quale i partiti sono tali soltanto se dotati di una comprovata democraticità interna. Il varo di una legge che, disciplinando la vita delle organizzazioni politiche, renda la nostra finalmente una democrazia compiuta, e funga da argine alla progressiva dissoluzione del sistema, va riconosciuta come non più differibile, prima del si salvi chi può finale.

Carmine Ippolito

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