I dati diffusi dal Viminale, in occasione della rituale conferenza stampa di ferragosto, evidenziano che la delittuosita’ è’ chiaramente in calo : in netta discesa omicidi, femminicidi, rapine, furti e violenza di genere. E’ questa è una buona notizia, ovviamente. E’ preoccupante, invece, che, asimmetricamente, al calo dei delitti, non corrisponda una decrescita della popolazione penitenziaria. Al contrario si registra nelle carceri un vertiginoso aumento dei detenuti, e l’intero sistema penitenziario si avvicina al collasso per i livelli di sovraffollamento raggiunti e le carenze di organico nella polizia penitenziaria e nei Tribunali di sorveglianza. Al 28 luglio 2026 i detenuti presenti nelle italiche carceri sono 64.471 a fronte di soli 46.343 posti effettivamente disponibili. Con un tasso di sovraffollamento del 139,7 %. Proviamo a fare allora un moderato esercizio di intelligenza naturale ( non essendone più abituati all’uso, uno sforzo eccessivo potrebbe rivelarsi fatale) Il sostantivo intelligenza deriva dal latino intelligentia, a sua volta derivato di intelligere, intendere , capire. E’ certamente corretto riconoscere che l’intelligenza è dunque la capacità di cogliere i dati e operare selezioni o correlazione tra gli stessi. Quale correlazione intercorre tra il calo dei delitti e l’aumento dei detenuti? La evidenziata asimmetria dei dati è la chiara spia che troppe cose non funzionano in materia di giustizia ed, in particolare, l’attenzione va posta sulla produzione di leggi, sulla stretta applicazione delle norme e nel funzionamento degli uffici giudiziari. Certamente non può disconoscersi che il sovraffollamento carcerario sia l’effetto di una pluralità di fattori che, ridotti all’essenziale, vanno infatti individuati nel recente moltiplicarsi di previsioni penali- progressivamente introdotte sull’onda della emergenza del momento mediante ricorrenti decreti o pacchetti sicurezza- a cui si aggiunge la sempre più marcata abrogazione, desuetudine o disapplicazione degli istituti di clemenza ( prescrizione, amnistia, indulto, continuazione, attenuanti generiche, sanzioni sostitutive etc) . E’ in tal modo sintetizzabile la tragica combinazione di fattori normativi e applicativi che alimenta un tragico circolo vizioso che irreversibilmente determina il sovraffollamento degli istituti di pena ingolfando i percorsi trattamentali per la evidente sproporzione tra il numero delle persone detenute, quello del personale dei Tribunali di Sorveglianza, le carenze degli uffici preposti alla rieducazione, nonchè della polizia penitenziaria. E’ così che più persone entrano in carcere, sempre meno riescono ad uscirne con le misure alternative alla detenzione restando ingabbiate nel burocratico ed inadeguato funzionamento degli uffici di sorveglianza. Sarebbe risultato di fondamentale importanza che i trattamenti alternativi al carcere fossero applicati già all’esito dei processi senza scaricare tutto sui Tribunali di sorveglianza. La riforma Cartabia si era mossa in questa direzione, potenziando l’adozione di sanzioni sostitutive già all’esito dei giudizi. Tribunali e Corti di appello non hanno manifestato alcun entusiasmo e solerzia nell’applicazione di tali istituti, distinguendosi per la diffusa severità delle condanne. La diminuzione dei reati sopraggiunge poi generando un malcelato imbarazzo, sul piano politico, sia a destra che a sinistra, considerato che, su entrambi i versanti di maggioranza e opposizione, sono prevalenti le pulsioni populiste e securitarie orientate a conferire centralità ai temi della sicurezza del cittadino e della certezza della pena, a discapito dei diritti e della dignità delle persone detenute. A questa miscela devastante va aggiunta l’ideologia liberale e liberista che costituisce la matrice dell’asimettrico fenomeno, imponendo di reagire ai malfunzionamenti di un apparato pubblico malato, giammai riformandolo o potenziandolo, ma tagliandolo e riducendolo, per tendenzialmente e progressivamente affidare ogni dinamica pubblica ai privati ed al mercato. Neppure è ragionevole obiettare che la diminuzione dei reati dipende dalla stretta sulla sicurezza o dalla progressiva introduzione di nuove figure di reato: si tratta di una tendenza già’ in atto da oltre dieci anni, considerato che già dal 2013 al 2019 i reati sono diminuiti del 20 per cento in sei anni facendo registrare un crollo soprattutto dei reati più gravi, con gli omicidi che raggiungevano già da allora il minimo storico dall’unita’ d’Italia. Negli ultimi anni vistoso e’ anche il calo dei femminicidi per cui senza minimizzare il fenomeno, il significato del trend positivo neppure può essere trascurato per invocare un’applicazione del diritto non dettata dall’esasperante emotività emergenziale.
In conclusione, sarebbe corretto prendere atto che molte delle emergenze criminali, proclamate dagli inizi degli anni 90, e su cui hanno costruito le proprie fortune politiche demagoghi e professionisti a vario titolo dell’antimafia, sono cessate. Lo stato delle carceri e la disumanizzante condizione dei detenuti in italia costituisce invece la vera emergenza attuale, scomoda e silente.
Carmine Ippolito
