Quello che ha preso avvio il 22 agosto può ancora realisticamente definirsi come il campionato di calcio italiano? Oppure affermarlo costituisce una truffa delle etichette?
Il quesito desta perplessità tenuto conto che: 1) i calciatori italiani inseriti nella rosa delle squadre di serie A sono una nettissima minoranza; 2) la proprietà dei club di massima serie si sta progressivamente trasferendo in mani straniere, per lo più statunitensi.
I calciatori prodotti dai vivai sono pochissimi e la percentuale di italiani che militano nelle rose di massima serie non supera ha raggiunto il minimo storico del 28-30%.
Significativo il dato che emerge dal confronto tra la prima giornata del campionato scorso, 2025-2026, e quella dell’attuale stagione che ha fatto registrare un ulteriore arretramento delle presenze italiane passate, tra titolari e subentrati, da 99 a 95. Tra i grandi club il Napoli si è distinto come virtuoso impiegando ben sei italiani contro i quattro dell’Inter ed i tre del Milan. La presenza di atleti stranieri sul terreno di gioco, in alcune partite, è stata addirittura soverchiante: tra tutte non poteva passare inosservato il primato che fatto registrare Udinese e Como, partita che ha visto scendere in campo un solo atleta italiano.
Sui 40 club di serie A e B, che prendono parte ai rispettivi campionati 2026 – 2027, 19 sono quelli che, nell’ultimo decennio, sono finiti sotto il controllo di proprietà straniere, o che sono gestite da investitori esteri, l’80% dei quali provengono dagli USA .
La sola serie A è diventata preda di una vera e propria colonizzazione, con 11 club finiti nelle mani di fondi e gestori di prevalente origine statunitense.
L’ingresso massiccio dei capitali usa e delle proprietà straniere è coinciso con l’impressionate e progressivo arretramento del tessuto imprenditoriale italiano che ha reso le società italiane molto permeabili dai capitali stranieri.
Il fenomeno ha riguardato non solo i grandi club, trasformando il calcio che si disputa negli stadi italiani in un vero e proprio avamposto della finanza speculativa globale.
Tra le compagini di massima serie controllate da compagini finanziarie statunitensi o straniere è appena il caso di citare: Milan, Inter, Atalanta, Roma, Parma, Pisa. Emblematico, sopra ogni altro, è il caso del Monza, che dalla famiglia Berlusconi è passata agli americani di Becktett Layne Ventures. La Fiorentina appartiene invece già dal 2019 a Rocco Comisso ed il Bologna è stato rilevato dall’ italo canadese Joy Saputo. Anche il Frosinone è stato, più di recente, acquistato da un fondo statunitense che ha rilevato l’80% della società ed il 51% della società proprietaria dello stadio. Al presidente della compagine frusinate, Maurizio Stirpe, è consentito restare provvisoriamente alla guida della compagine solo per gestire l’attuale fase di transizione. Stesso discorso vale anche per il Venezia che dal 2020 appartiene ad una cordata statunitense ed il Cagliari che ha una proprietà mista italo americana. Per la serie A completano il quadro il Genoa di proprietà romena ed il Como la cui proprietà è Indonesiana. Il torneo cadetto fino a qualche anno fa era ad esclusivo appannaggio degli imprenditori italiani. Attualmente sono già sei i club che militano in seconda serie riconducibili a capitali esteri o fondi internazionali, tutti blasonati: Cesena, Verona, Palermo, Pisa, Sampdoria e, ultimo arrivato, Empoli. Il fenomeno riguarda tutta Europa dove, nel giro di pochi anni, ben 119 squadre di massima serie sono state acquisite da capitali stranieri, in prevalenza statunitense. Fa eccezione solo la Bundesliga visto che in Germania è stato provvidamente introdotto un divieto di acquisizione da parte di investitori stranieri. Se queste sono le premesse, quali sono le prospettive? Infauste di certo per la nazionale che non conquista la partecipazione ai mondiali dal 2014. Il campionato che si disputa in Italia non è più il torneo in cui dovrebbe esprimersi il genio italico applicato al giuoco del calcio vista la scarsità di talenti autoctoni che in esso si cimentano e considerato il superamento di un modello di gestione delle società calcistiche non più dominato da imprenditori espressione deiterritori di riferimento, con l’inevitabile conseguente rapida dispersione dell’identità territoriale delle compagini calcistiche. Gli ultimi campionati del mondo, disputati negli Stati uniti, confermando che in quel paese lo spirito vero del calcio neppure sanno cosa sia, offrono la chiara proiezione dell’americanizzazione del calcio italiano. Gli americani sono dei bambinoni, ed a loro piace ogni sorta di spettacolarepacchianata: abbiamo visto che l’intervallo è stato ingolfato di esibizioni artistiche,dilatato fino a mezz’ora, mortificando la mitologica sacralità di un rettangolo di giocoprestato a palcoscenico per star della musica. Ed invece, il calcio, per come lo abbiamo concepito nella vecchia Europa, è passione totalizzante, mentre in Italia è fatto anche di revanscismo campanilistico, nostalgie e sentimento. Come se non bastasse è stato introdotto, per esigenze pubblicitarie e commerciali, il cooling break che tragicamente altera l’andamento di una partita incidendo sulla tenuta del ritmo della partita al omento dell’interruzione. Il fatto è che il capitalismo finanziario sta vincendo su tutta la linea, ed il fascino legato al mito che appartiene alle esperienzedel calcio italiano sembrano ormai consegnata alla dissacrante logica della speculazione finanziaria e del massimo profitto.
Carmine Ippolito
