Nessuno tocchi Lucano

A Riace c’era una volta un sindaco che, stando alle anime belle della sinistra progressista e umanitaria, starebbe pagando la colpa di avere inventato un fiorente modello di amministrazione di un piccolo comune intorno alle politiche dell’accoglienza.

Le indagini prima, ed il processo dopo, hanno riconosciuto invece che a Riace si trattava di altro: era stato creato un indebito sistema di malversazione di risorse pubbliche.

Media, artisti ed intellettuali amano però fare religiosa professione di progressismo ad ogni piè sospinto, e non ci stanno: si schierano orgogliosamente al fianco dell’ex sindaco ingiustamente condannato.

La vicenda, al di sopra di ogni altra, dimostra come, a sinistra, vige una doppia morale e un concetto peculiare, certamente asimmetrico della legalità e della funzione della magistratura: entrambe equivalgono a giustizia solo quando, e se, consentono alla sinistra di perseguire i propri obiettivi e di colpire gli avversari.

In caso contrario, quando cioè il rispetto della legge si pone come un ostacolo al conseguimento delle progressive sorti dell’umanità, allora diventa un dovere civile violarla e, per chi è di sinistra,  la magistratura si trasforma nel più reazionario dei poteri.

Nel mentre si stracciano le vesti i sinistri tacciono però che il sindaco di Riace mica è stato condannato perché si proclamava apostolo dei migranti. Lucano è stato riconosciuto colpevole perché aveva un approccio in buona sostanza mafioso alle risorse pubbliche:  stando agli esiti delle indagini e del processo di primo grado, il martire calabrese , ed i suoi accoliti,  erano stabilmente dediti, sul modello di cosa nostra, alla gestione della  cosa pubblica come fosse cosa loro.

Ad avviso dei suoi instancabili sostenitori , però, Lucano avrebbe fatto bene ad agire come è stato accertato che abbia agito, sicché  alla guardia di finanza, alla Procura della Repubblica ed alla magistratura giudicante, stando a costoro, non sarebbe restato altro da fare che chiudere un occhio e baciare rispettosamente le mani al sistema di gestione “cosa loro” inventato a Riace.

Lucano, infatti, giammai è stato riconosciuto colpevole, all’esito del primo grado di giudizio, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – non oso immaginare la sarabanda che si sarebbe scatenata se un Tribunale a tanto si fosse azzardato – ma per associazione a delinquere finalizzata alla commissione dei reati di falsità in atto pubblico, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, abuso d’ufficio e peculato.

Stando alle imputazioni ed al dispositivo della sentenza, l’infelice avrebbe di fatto controllato associazioni e cooperative, definendone le linee operative, per curare i rapporti con le istituzioni e per interferire sulla regolarità degli affidamenti e sulla legittimità delle contribuzioni.

Lucano non è stato affatto riconosciuto colpevole, come un qualsiasi Robin Hood de noiantri, di condotte trasudanti umanitarismo sfrenato ma, per esempio, di indebite rendicontazioni delle presenze di migranti al servizio centrale del sistema  di protezione per richiedenti asilo e rifugiati ed alla Prefettura di Reggio Calabria per i Cas  per ottenere indebiti rimborsi.

Anche le rendicontazioni di alimentari sarebbero risultate sistematicamente taroccate: venivano richieste come destinate agli immigrati ed invece venivano impiegate ad altri scopi, anche di natura privatisica.

In tal modo, il nostro beniamino disponeva arbitrariamente di risorse pubbliche non dovute, così anche indirettamente  beneficiando di un indebito e sperequativo vantaggio nei confronti dei suoi avversari o antagonisti politici locali  e nazionali.

Il modello Riace, in questo modo, ha consentito  all’illustre primo cittadino di costruire la sua formidabile ascesa politica fino ad essere annoverato da Fortune come uno dei 50 uomini più influenti al mondo.

Le false rendicontazioni hanno riguardato, tra l’altro, anche le spese carburante, risultando dalla intercettazioni che Lucano non si faceva scrupoli di dare disposizioni affinché si alterasse il consumo di carburante da inserire in contabilità. E così l’associazione città futura, dal sindaco controllata, richiedeva rimborsi spese per quantitativi di gasolio che non hanno trovato alcun riscontro nel numero dei chilometri percorsi dalle vetture in dotazione agli attivisti dell’associazione.

 Le indignate proteste che si levano contro una sentenza di cui ancora resta ignota la motivazione costituiscono soltanto l’ennesimo capitolo dell’interminabile storia del doppio pesismo progressista e riportano alla memoria la saggezza di un vecchio proverbio brasiliano: agli amici tutto, ai nemici la legge.         

Carmine Ippolito

Nessuno tocchi Lucano

A Riace c’era una volta un sindaco che, stando alle anime belle della sinistra progressista e umanitaria, starebbe pagando la colpa di avere inventato un fiorente modello di amministrazione di un piccolo comune intorno alle politiche dell’accoglienza.

Le indagini prima, ed il processo dopo, hanno riconosciuto invece che a Riace si trattava di altro: era stato creato un indebito sistema di malversazione di risorse pubbliche.

Media, artisti ed intellettuali amano però fare religiosa professione di progressismo ad ogni piè sospinto, e non ci stanno: si schierano orgogliosamente al fianco dell’ex sindaco ingiustamente condannato.

La vicenda, al di sopra di ogni altra, dimostra come, a sinistra, vige una doppia morale e un concetto peculiare, certamente asimmetrico della legalità e della funzione della magistratura: entrambe equivalgono a giustizia solo quando, e se, consentono alla sinistra di perseguire i propri obiettivi e di colpire gli avversari.

In caso contrario, quando cioè il rispetto della legge si pone come un ostacolo al conseguimento delle progressive sorti dell’umanità, allora diventa un dovere civile violarla e, per chi è di sinistra,  la magistratura si trasforma nel più reazionario dei poteri.

Nel mentre si stracciano le vesti i sinistri tacciono però che il sindaco di Riace mica è stato condannato perché si proclamava apostolo dei migranti. Lucano è stato riconosciuto colpevole perché aveva un approccio in buona sostanza mafioso alle risorse pubbliche:  stando agli esiti delle indagini e del processo di primo grado, il martire calabrese , ed i suoi accoliti,  erano stabilmente dediti, sul modello di cosa nostra, alla gestione della  cosa pubblica come fosse cosa loro.

Ad avviso dei suoi instancabili sostenitori , però, Lucano avrebbe fatto bene ad agire come è stato accertato che abbia agito, sicché  alla guardia di finanza, alla Procura della Repubblica ed alla magistratura giudicante, stando a costoro, non sarebbe restato altro da fare che chiudere un occhio e baciare rispettosamente le mani al sistema di gestione “cosa loro” inventato a Riace.

Lucano, infatti, giammai è stato riconosciuto colpevole, all’esito del primo grado di giudizio, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – non oso immaginare la sarabanda che si sarebbe scatenata se un Tribunale a tanto si fosse azzardato – ma per associazione a delinquere finalizzata alla commissione dei reati di falsità in atto pubblico, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, abuso d’ufficio e peculato.

Stando alle imputazioni ed al dispositivo della sentenza, l’infelice avrebbe di fatto controllato associazioni e cooperative, definendone le linee operative, per curare i rapporti con le istituzioni e per interferire sulla regolarità degli affidamenti e sulla legittimità delle contribuzioni.

Lucano non è stato affatto riconosciuto colpevole, come un qualsiasi Robin Hood de noiantri, di condotte trasudanti umanitarismo sfrenato ma, per esempio, di indebite rendicontazioni delle presenze di migranti al servizio centrale del sistema  di protezione per richiedenti asilo e rifugiati ed alla Prefettura di Reggio Calabria per i Cas  per ottenere indebiti rimborsi.

Anche le rendicontazioni di alimentari sarebbero risultate sistematicamente taroccate: venivano richieste come destinate agli immigrati ed invece venivano impiegate ad altri scopi, anche di natura privatisica.

In tal modo, il nostro beniamino disponeva arbitrariamente di risorse pubbliche non dovute, così anche indirettamente  beneficiando di un indebito e sperequativo vantaggio nei confronti dei suoi avversari o antagonisti politici locali  e nazionali.

Il modello Riace, in questo modo, ha consentito  all’illustre primo cittadino di costruire la sua formidabile ascesa politica fino ad essere annoverato da Fortune come uno dei 50 uomini più influenti al mondo.

Le false rendicontazioni hanno riguardato, tra l’altro, anche le spese carburante, risultando dalla intercettazioni che Lucano non si faceva scrupoli di dare disposizioni affinché si alterasse il consumo di carburante da inserire in contabilità. E così l’associazione città futura, dal sindaco controllata, richiedeva rimborsi spese per quantitativi di gasolio che non hanno trovato alcun riscontro nel numero dei chilometri percorsi dalle vetture in dotazione agli attivisti dell’associazione.

 Le indignate proteste che si levano contro una sentenza di cui ancora resta ignota la motivazione costituiscono soltanto l’ennesimo capitolo dell’interminabile storia del doppio pesismo progressista e riportano alla memoria la saggezza di un vecchio proverbio brasiliano: agli amici tutto, ai nemici la legge.         

Carmine Ippolito

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