Uomini e non uomini

Breve storia di un sovranista “napoletano”

Si è detto che l’epidemia in atto in atto è il fenomeno più drammatico dalla seconda guerra mondiale ad oggi.

E si è constatato che la pandemia mette in ginocchio, come accadde allora, anche la tenuta del sistema economico finanziario dello stato.

L’approccio alla soluzione dei problemi degli uomini di governo, però, non è assimilabile.

La spaventosa crisi finanziaria, trova gli attuali uomini di governo ideologicamente disposti a trovare soluzioni che implicano l’ineluttabile accelerazione del processo di neocolonizzazione del sistema economico della Nazione. E’ noto che il Presidente del Consiglio, il ministro dell’economia, il pd e lobbisti di area caldeggino l’adesione ad uno strumento di finanziamento ( MES) la cui attivazione implicherebbe l’inevitabile  sottoposizione del paese a condizionalità, ossia l’applicazione di soluzioni politiche, dettate da organismi sovranazionali, finalizzate a garantire il rimborso del debito ed il pagamento dei relativi lauti interessi, piuttosto che il perseguimento dell’interesse nazionale ed obiettivi di ripresa economica e tenuta  occupazionale. L’osservanza delle condizioni imposte dalla TroiKa ( Commissione, FMI e BCE) è prevista dal trattato istitutivo del MES, sicché le nobili dichiarazioni di intenti dei commissari negoziatori, allorquando volte ad escludere l’attivazione di meccanismi di sorveglianza rafforzata o l’imposizione di cure greche all’Italia, non hanno alcun valore giuridico. E se questa pandemia ci ha insegnato qualcosa sul concetto di solidarietà europea, ovviamente non c’è da fidarsi. Per soddisfare il fabbisogno sarebbe sufficiente che la BCE proseguisse negli acquisti di titoli degli stati membri in difficoltà. Ma la Corte costituzionale tedesca mette in discussione la funzione di prestatore di ultima istanza assunta, nella drammatica contingenza pandemica, dalla BCE, ed esige impedirla qual parte della inveterata strategia germanica finalizzata a preservare le politiche di rigore quali strumento di dominio sul continente.

Basterebbe questo a fare saltare il tavolo negoziale se al governo non vi fossero figure proclivi ad un spirito di sudditanza ideologica, prima che politica, ed a logiche dei depotenziamento della capacità di autodeterminazione nazionale. 

 Non è stato sempre così. Valgano di esempio le scelte operate, in un frangente, altrettanto drammatico, dal primo ministro dell’Economia “repubblicano” della storia d’Italia: Domenico Pellegrini Giampietro.

Alle 5,10 del 9 settembre del 1943, a bordo di quattro auto, il Capo dello stato, sua Maestà Vittorio Emanuele, il Capo del Governo, Generale Pietro Badoglio, il Capo di stato maggiore Generale, Vittorio Ambrosio, il Capo di stato maggiore dell’Esercito, Mario Roatta, il ministro della Marina militare, Raffaele De Courten, a luc schermate, abbandonarono Roma. Fù un abbandono non solo materiale ma soprattutto morale. A meno di 24 dall’annunzio dell’armistizio, con relativo seguito, la capitale venne abbandonata dal Capo dello stato e dai vertici del governo che corsero a consegnarsi a Brindisi in mani inglesi.

Il Maresciallo Badoglio, superò gli altri e si imbarcò per primo a Pescara. 

Al Nord, Benito Mussolini, rocambolescamente liberato dal capitano delle SS Skorzeny, atterrato a Punta Imperatore alla guida di uno stormo di alianti, fondò la Repubblica Sociale Italiana ( RSI) con capitale Salò sul lago di Garda. L’ultimo stato fascista ed il primo stato repubblicano d’Italia.

Ministro delle finanze venne nominato Domenico Pellegrini Giampietro, un personaggio emblematico del fatto che la Repubblica del Nord non fu affatto uno stato fantoccio o uno strumento di comodo dei tedeschi. L’RSI, invece, sul piano politico, costituì un significativo argine alla prerogative di controllo e comando del territorio che l’esercito tedesco intendeva esercitare. alla proclamazione dell’armistizio le truppe della Wermacht di stanza in Italia si ritrovarono forza di occupazione. 

Pellegrini Giampietro fu un uomo chiave della Repubblica Mussoliniana e ciononostante fu assolto dall’accusa di collaborazionismo.  Dalla sentenza ( Cass. n. 9035 del 25.10.1946) si evince che alcuna delle scelte di politica economica e finanziaria, assunte dal settembre 43 all ‘Aprile 1945, si rivelarono finalizzate a favorire l’alleato germanico. I Ministri dell’Economia degli ultimi dieci anni potrebbero vantare altrettanto zelo? In particolare, va ricordato che il 16 settembre 1943 il colonnello Kappler si presentava, con un picchetto armato, alla sede della Banca d’Italia, esigendo la consegna dell’oro che costituiva la riserva valutaria italiana. Né il governatore della Banca d’Italia, Azzolini, e neppure il ragioniere generale dello stato e commissario alle Finanze, Ettore Cambi, poterono opporsi. E non lo fecero. Il trasferimento fu effettuato tra il 22 ed il 28 settembre. L’oro era stato requisito e prelevato prima della costituzione del governo repubblichino, ed in quanto considerato preda bellica era destinato a finire in Germania, come vi finì l’oro Albanese e quello di tutti gli altri paesi occupati. Il governo regio aveva abbandonato l’oro degli italiani nella precipitosa fuga.   Ad ottenere che l’oro si fermasse a Milano fu il Ministro delle finanze della RSI, Domenico Pellegrini Giampietro. Il 23 settembre era stato chiamato a far parte del governo repubblicano come ministro della finanze. Era nato a Brienza, in provincia di Potenza, nel 1899, avvocato, si era laureato in giurisprudenza a Napoli dove divenne professore di materie economiche e giuridiche alla facoltà di ingegneria e fu docente di diritto pubblico alla facoltà di giurisprudenza. Ferito e decorato nella prima guerra mondiale, aveva combattuto con il grado di capitano nella guerra di spagna, comandante di battaglione in Grecia, promosso per meriti di guerra, fu decorato medaglia d’argento. Nella vita civile proveniva dai sindacati: fu segretario della confederazioni assicuratori e bancari, consigliere federale di Napoli, sottosegretario alle finanze. Di lui tracciò un azzeccato ritratto Filippo Anfuso, ambasciatore d’Italia in Germania e sottosegretario agli esteri: “C’era un piccolo napoletano, tutto pepe e nervi, Pellegrini Giampietro, che difendeva le nostre finanze e correva tra Rahn e Mussolini, come quei ragazzi, stizzosi e mingherlini che durante una partita di calcio si rivelano grandi atleti per il solo miracolo della loro volontà. Pellegrini Giampietro, grande ministro delle finanze, come lo definì Mussolini, riuscì ad espellere già il 25 ottobre 1943 il marco di occupazione tedesco dalla circolazione; evitò il trasferimento del nostro poligrafico a Vienna, il che avrebbe permesso ai tedeschi di stampare tante lire quanti erano i loro desideri; compì miracoli di equilibrio per arrivare a controllare la circolazione monetaria, limitando le spese di occupazione pretese dai tedeschi a 189 miliardi. Si associò energicamente a quanto fece la nostra ambasciata a Berlino per ottenere il trasferimento in Italia dei risparmi dei nostri operai in Germania; salvò tutte le riserve d’oro e di platino italiane che potè mettere al riparo dai tedeschi e riuscì a far riavere al ministero degli esteri una parte dell’oro che i tedeschi avevano nel settembre 43 sottratto alla Banca d’Italia, permettendogli così di sopperire alla spese delle nostre rappresentanze all’estero ed anche di pagare un debito che il governo regio aveva con la confederazione elvetica che non volle mai riconoscere la Repubblica sociale ed allontanò anzi con circospezione i suoi aderenti dal proprio territorio. Rahn ( ambasciatore del Reich) vedeva arrivare Pellegrini Giampietro come un castigo di Dio. Impallidiva quando vedeva arriva il “neapolitaner” che veniva a difendere i quattro soldi della Repubblica in tutti i dialetti del Mezzogiorno e se il plenipotenziario estraeva sofismi geopolitici, Pellegrini che è anche professore lo ammutoliva con le sue verità scientifiche.”   

Gli avvenimenti succedutisi all’8 settembre avevano generato il caos anche nel settore finanziario. Le truppe tedesche, che si ritenevano in territorio nemico per effetto dell’armistizio, procedevano a requisizioni indiscriminate, a prelievi di fondi presso banche ed al sequestro della moneta italiana destinata al pagamento degli operai. Il Governo centrale germanico avanzava pretese illimitate per le sue truppe in Italia. Il territorio risultava inondato di marchi di occupazione, al pari di quanto avveniva al Sud con le AM-lire  emesse dagli alleati. Il 25 ottobre del 1943 l’agenzia Stefani diramava il seguente comunicato: “In territorio Italiano le truppe Germaniche eseguiranno pagamenti soltanto in lire, ed i marchi di occupazione, perderanno dal giorno 25 ottobre il carattere di pagamento legale e saranno immediatamente ritirati tramite gli istituti di credito italiani. Il ritiro dei marchi di occupazione fu l’esito di un trattato, stipulato a Fasano da Nazione a Nazione. I risultati, diretti ed indiretti, furono sorprendenti: i titoli di stato, il cu valore era crollato dopo l’8 settembre, tornarono alla pari, la repubblica poté compilare i bilanci, le aziende di credito ed i risparmiatori godettero di assoluta tranquillità. La Repubblica si riconobbe tenuta al pagamento alla Germania di spese di guerra. Tale condizione fu contestata quale atto di sudditanza della RSI al Reich tedesco. Vero è invece che i miliardi mensili furono concessi per attenuare una situazione disperata creata dal tradimento e dalla fuga del governo regio con il conseguente caos che ne era stato ingenerato. Con il protocollo sull’oro ed il trattato dell’ottobre 43 si era conquistata l’autonomia ed indipendenza nell’emissione di moneta, nel controllo della circolazione della valuta e quindi dell’inflazione. 

Nel frattempo al Sud, il governo regio non faceva altrettanto ed accettava la circolazione delle Am lire con la conseguente spirale inflazionistica che ne derivava. Alle popolazioni meridionali l’occupazione alleata non risparmiò aumento dei prezzi, sparizione dei generi di prima necessità, borsa nera, indigenza, stenti ed ogni forma di abiezione di sopravvivenza.       

Pellegrini Giampietro, durante la particolarmente critica fase bellica in cui fu ministro repubblicano, curò che le intendenze di finanze provvedessero al pagamento dei danni di guerra agli stabilimenti industriali ed ai privati, specie ai più modesti.

Il bilancio complessivo della Repubblica sociale, al 28 aprile 1945, in una situazione che fu certamente la più drammatica in cui si fosse potuto trovare uno stato era il seguente: entrate 380,5 miliardi, spese 359,6 miardi, con un avanzo di 20,9 miliardi.

Pellegrini Giampietro non fece ricorso a prestiti e neppure all’emissioni di buoni pluriennali, mantenne però la pressione fiscale a livelli nettamente inferiori a quella esercitata dai governi del SUD.  Marcello Soleri, primo Ministro del Tesoro della Repubblica Italiana, nella relazione tenuta al Consiglio dei ministri, il 6 Giugno 1946 espresse apprezzamento del lavoro svolto dal Pellegrini Giampietro, affermando, tra l’altro che la situazione economica del Nord ed anche quelle finanziaria, nonostante il protrarsi dell’occupazione tedesca, sono state riscontrate meno disastrose di quanto si temeva. Cosicché gli oneri finanziari della ricostruzione rimarranno limitati a misura minore del previsto e la ripresa della produzione industriale dell’alta Italia potrà essere rapida, ove soccorrano carbone, il cotone e la lana di prima urgente necessità. 

Pellegrini Giampietro si costituì, il 30 aprile 1945, a Milano nelle mani delle brigate rosse di Vero Marozin. Fu condannato a 30 anni, scampandosi per un pelo la fucilazione. Nel frattempo, il suo unico figlio maschio, che continuava a combattere come sottotenente repubblichino in Valtellina, fu gravemente ferito il 28 aprile rimanendo in bilico per lungo tempo fra la vita e la morte. Pellegrini Giampietro fu tra gli artefici  della legge che introdusse la socializzazione delle imprese in Italia e, quindi della partecipazione dei lavoratori alla gestione ed agli utili delle aziende. La legge fu varata dalla Repubblica sociale nella situazione di guerra in cui versava il Paese nel 1944. La legge avrebbe potuto capovolgere il rapporto tra capitale e lavoro dando alle classi subalterne lo strumento concreto per assurgere ad un ruolo centrale in un modello di sviluppo centrato sul lavoro produttivo e non sulle rendite finanziarie o sui sussidi di povertà che, nei modelli ordo liberisti, camminano a braccetto. 

Non deve meravigliare che i socialcomunisti accettarono in eredità leggi fascistissime dello stato autoritario: i codici penali e civili, la riforma gentile, il concordato stato chiesa.

La socializzazione fu, invece, immediatamente abrogata ed espulsa dall’ordinamento repubblicano. I comunisti non volevano la partecipazione dei lavoratori alla gestione ed agli utili, ma l’autogestione, i consigli operai e l’espropriazione dei mezzi di produzione. In nome della rivoluzione che doveva venire fu abrogata la rivoluzione esistente.

La cogestione fu adottata nella Germania federale e nella Yugoslavia di Tito.  Tale modello di sviluppo contribuì al successo dell’economia sociale di mercato. In Italia, invece, la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese resta ancora sulla carta all’art. 46 di quell’ammennicolo ornamentale chiamato Costituzione repubblicana.  

Come tutti i proscritti, Pellegrini Giampietro trascorse la parte finale della sua vita lontano dall’Italia. In America Latina continuò a svolgere attività di natura finanziaria dando vita ad istituzioni creditizie tra cui il banco del lavoro italo brasiliano di san Paolo, noto come il banco del popolo produttore. Morì a Montevideo il 18 Giugno 1970.

La Repubblica Italiana riservò onori a ben altre figure coinvolte con il fascismo: Gaetano Azzoriti, già presidente dell’infame tribunale della razza, diventò ministro con Pietro Badoglio, consigliere di Palmiro Togliatti al Ministero di Grazia e giustizia e Presidente della Corte Costituzionale.

A Filippo Aprea, avvocato

Carmine Ippolito  

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