Meglio il morbo che il MES

E’ necessario individuare criteri di armonizzazione tra meccanismi di protezione della salute e di sopravvivenza dell’economia. L’Italia non può consentirsi il prolungarsi a tempo indeterminato di una frenata economica così radicale e di cui – va detto – non si era mai avvertita la necessità, neppure durante la fase più acuta di eventi bellici su scala mondiale.

Dopo oltre 30 giorni di quarantena, di effettive erogazioni di sussidi, alle categorie più colpite dalla crisi, non è stata ancora vista neppure l’ombra. Finalmente è stato varato dal Governo il decreto che prevede misure di sostegno all’economia a seguito della crisi ingenerata dalla pandemia. La tempestività adesso è una questione rilevante al pari della natura degli strumenti di finanziamento ( MES) che, in sede comunitaria, intendono imporre all’Italia. La diffusa sospensione delle attività economiche sta ormai incidendo sulla capacità delle famiglie di fare fronte alle proprie esigenze autonomamente. Ed in mancanza di interventi pubblici adeguati le famiglie che non possono prosciugare i propri risparmi devono affidarsi alla solidarietà, alla speranza o al concepimento di imprese dettate dalla disperazione. L’Italia, uno dei paesi più colpiti dal contagio, registra il 40% di popolazione finanziariamente povera, che vive al limite della sussistenza. Alle misure adottate nel decreto, di fatto, non può essere dato alcun seguito visto che, in sede comunitaria, accordi, sulle scelte di finanziamento, non sono stati raggiunti. Sicché i provvedimenti del governo sono privi di reale copertura finanziaria. E senza soldi veri, ossia realmente stanziati a garanzia da parte dello stato, le banche non erogano credito, e gli istituti previdenziali non elargiscono sussidi. Le aziende, viste le mancate entrate, i costi fissi ed i tributi le cui scadenze prossime sii aggiungono a quelle già slittate, sono destinate tutte alla decozione per coronavirus. Sottovalutare la questione sarebbe un crimine: è concreto il rischio di una catastrofe economica di proporzioni bibliche.  Quando l’epidemia è immanente, la carestia è sempre imminente. E mentre l’epidemia da Covid 19 fa comunque salve possibilità di immunità e guarigione dal contagio per molti, la carestia è un flagello che quando si materializza non fa salvo nessuno. Non è un caso se le imprese del Nord hanno lanciato un drammatico appello alla ripartenza delle attività economiche, anche in presenza di un rischio di contagio. Sarebbe tragico se l’appello restasse inascoltato. Meglio il rischio del morbo che gli effetti del Mes. La società convive da sempre con attività che contengono un imprescindibile livello di rischio. Ammontano a ventimila all’anno le vittime da infezioni contratte in ambienti ospedalieri. Il rischio di infezioni non inibisce certo l’esercizio dell’assistenza sanitaria. Il bilanciamento dei beni oggetto di tutela consente l’esercizio delle attività rischiose ( cd rischi consentiti) con opportune cautele. Analoghe considerazioni si estendono alle vittime da sinistri stradali o infortuni sul lavoro. La società convive con un livello di rischio consentito onde non inibire l’esercizio di libertà fondamentali. Ed oltre la salute fisica, vanno parimenti preservati lo stato di diritto, la tenuta democratica, il benessere economico, le garanzie sociali ed i diritti civili. Conquiste di civiltà per il cui conseguimento a milioni sono stati disposti al sacrificio supremo. Conquiste di civiltà per la cui preservazione sarebbe immorale non essere esporsi ad un accettabile livello di rischio. Va detto che gli strumenti di finanziamento, necessari a rendere sostenibile la prolungata inattività, e di cui dispongono gli stati membri della UE, costituiscono un rimedio finanziario assai peggiore del male epidemico. Tali meccanismi generano ulteriore debito, cagionando il progressivo deterioramento di quei fondamentali il cui riequilibrio ci viene dogmaticamente imposto dall’ ideologia monetarista che ispira l’intera architettura istituzionale comunitaria. Parlare di Mes alleggerito è soltanto quella che si definisce una truffa delle etichette. Dall’inevitabile peggioramento dei parametri ci verrebbero imposte comunque misure recessive (tagli di spesa, diminuzione salari, inasprimenti fiscali, aumenti iva ed imposte al consumo) dalla reazione dei mercati di cui tali strumenti ci rendono ostaggio.   Non a tutti risulta chiaro che, a seguito della introduzione dell’euro, come moneta unica europea, agli stati membri viene negato dai trattati il ricorso alla banca centrale come prestatore di finanza. Agli stati membri, pertanto, viene richiesto di finanziare deficit di bilancio – inevitabili a seguito di shock come quelli conseguenti all’epidemia da corona virus – sempre e solo mediante operazioni di mercato. Tale meccanismo di matrice ordoliberista, affida, secondo una precisa scelta sistematica, il debito degli stati al mercato, subordinando le scelte di politica ai desiderata degli speculatori privati ( leggi  banche d’affari). Per eludere tali scenari recessivi, deve riconoscersi necessaria la immediata ripresa ponderata delle attività economiche per non sottoporre il sistema economico del paese ad uno stress di assai improbabile sostenibilità. E’ necessario individuare criteri di armonizzazione tra meccanismi di protezione della salute e di sopravvivenza dell’economia. L’Italia non può consentirsi il prolungarsi a tempo indeterminato di una frenata economica così radicale e di cui – va detto – non si era mai avvertita la necessità, neppure durante la fase più acuta di eventi bellici su scala mondiale. Il Mes, soprattutto, è un organismo intergovernativo di natura eminentemente finanziaria, privo di struttura democratica e con una disponibilità di 700 miliardi di euro garantiti dagli stati. L’Italia è il terzo contributore netto dell’organismo, con una quota di 125 miliardi di euro. I trattati conferiscono ai suoi membri piena immunità, ed ai suoi documenti assoluta inviolabilità. Si tratta di un organismo a trasparenza zero, che persegue obiettivi di profitto e stabilizzazione monetaria. Sicchè presta denaro che gli stati gli conferiscono, pratica elevati interessi perché persegue logiche di profitto, impone riforme in linea non con l’interesse dei popoli, ma dei suoi obiettivi. Si tenga a mente cosa è accaduto in Grecia: perdita di un quarto del PIL, salari bulgari ma prezzi londinesi in ragione della super IVA che è stata imposta, privatizzazioni di beni e servizi pubblici, utilities cedute all’estero, il porto del Pireo svenduto ai cinesi e gli aeroporti ai tedeschi.   E sul piano sociale il mes ha condotto al capital control sui conti correnti, tagli a stipendi, pensioni e indennità, ulteriori sforbiciate a sanità, istruzione, giustizia e servizi pubblici. Si tratta del drammatico corredo di condizionalità che conseguono a questa perniciosa scelta che va assolutamente evitata. Meglio il Mes o il corona virus?

Carmine Ippolito

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