La sindrome da Covid-19 tra schizofrenie finanziarie della BCE ed aporie normative dell’Italia – PARTE I


Il radicale freno alle economie determinato dalla stato di pandemia planetaria ha imposto alle nazioni il ricorso, in termini massivi, alla spesa pubblica per impedire il tracollo dei sistemi di produzione e sviluppo. Lo shock sistemico ha disvelato le crepe spaventose su cui fonda l’architettura istituzionale comunitaria. I trattati che regolano la vita dell’Unione europea, imponendo agli stati di finanziare i deficit di bilancio mediante il ricorso ai mercati, affidano le scelte di politica economica degli stati membri agli speculatori privati sottraendo tali scelte all’autodeterminazione di ciascuna comunità nazionale. La crisi corona virus rende indispensabili stanziamenti urgenti, da parte del governo di ciascun paese colpito dal collasso epidemico, a sostegno non solo del sistema sanitario, ma anche della sopravvivenza delle famiglie e delle imprese. A seguito della introduzione dell’Euro come moneta unica europea, a ciascuno stato si vede “ideologicamente” negato dai trattati il ricorso alla banca centrale come suo banchiere e soprattutto deve finanziare i suoi deficit di bilancio e, quindi, il ricorso alla spesa pubblica, sempre e solo mediante operazioni di mercato. Tale meccanismo di matrice ordoliberista, affida il debito degli stati al mercato e, quindi, a circuiti di speculazione privata. Su gentile concessione di Giovanni Ardimento, tra i massimi esperti di politica economica e monetaria, Loffington Post pubblica un esaustivo report che illustra la natura ed il funzionamento degli strumenti di finanziamento di cui dispongono gli stati membri della UE allorquando, in congiunture catastrofiche, che necessitano della tempestiva realizzazione di poderosi sostegni pubblici all’economia per evitarne l’irrecuperabile tracollo.


By Giovanni Ardimento

Negli ultimi giorni, dopo una iniziale debacle, al vertice dell’Eurotower sembra regnare un clima di Erwartung, di attesa surreale,che alimenta un clima spasmodico volto con incessante intendimento, a tenere in equilibrio un sistema complesso, fragile ed iniquo, che pur scaturendo da un difetto strutturale dei fondamentali ( c.d. parametri di Maastricht) si alimenta delle note di una costante litania che è ormai divenuto psicodramma, ovvero, nella volontà politica di un organo tecnico di salvaguardare il meccanismo ingegneristico di una moneta (l’Euro) anche a costo di minacciare la salute pubblica, l’attività economica e l’equilibrio finanziario dei paesi europei.
Intanto, l’ultima teleconferenza del Consiglio europeo è approdata ad un “nulla politico” proprio quando una risposta era più impellente e necessaria,Ursula von der Leyen ha annunciato di voler rinviare ogni decisione ad una riunione dei ministri delle finanze dell’Unione che si terrà nei prossimi giorni, contegno che lo stesso Romano Prodi, europeista convinto, ha stigmatizzato in un editoriale apparso sul Messaggero del 28 marzo, come << tragicamente umoristica>> spingendosi ad affermare che << diventa impossibile identificarsi in una comunità se i membri della stessa comunità non si sentono tali nemmeno quando la sofferenza collettiva è ormai arrivata ad un livello intollerabile. Se i governanti europei rispondono solo ai desideri e agli istinti di breve periodo del proprio elettorato , il patto che tenuto insieme finora i diversi Paesi europei non può che dissolversi>>, salvo poi ricredersi in articulo mortis e gettare una zattera di salvataggio politica asserendo che << E’ interesse comune porre urgentemente rimedio alla crescente divisione fra il Sud e il Nord dell’Europa>>.
Ma torniamo ai fatti. Dopo una iniziale chiusura su tutta la linea, a diffusione già avanzata del morbo, Christine Lagarde, re melius perpensa, ha deciso – forse consigliata dai membri del suo staff – di lanciare il piano Pepp (Pandemic Emergency Purchase Programme) ovvero un piano di acquisto titoli per un totale di 750 miliardi di euro su scala europea.

Poi, dopo qualche settimana, nel prosieguo del contagio e con i primi seri problemi legati non solo alle PMI ( piccole e medie imprese) ma anche ai principali settori strategici, che hanno accusato cali non trascurabili sulle principali borse europee, l’Eurotower esprime un secondo ripensamento, estendendo il piano di acquisti nella misura << necessaria e proporzionata>> ai fini del raggiungimento degli << obiettivi del mandato>>.
Mentre la platea degli analisti si è cimentata nel disquisire sui dettagli di tale <<volume di fuoco>>, distinguendo tra la gamma dei titoli acquistabili ( Titoli di Stato, Eurobond, commecial paper…) e sulla loro durata ( dai 3 mesi ai 30 anni) si preferisce però eclissare la ragione dalle parole chiave utilizzate a Francoforte in questa occasione ovvero, che sia l’entità che la natura delle manovre, saranno <<finalizzate agli obiettivi del mandato>>!!
Ed il mandato istituzionale della BCE consiste essenzialmente nella difesa dell’Euro, cui è connessa la stabilità dei prezzi, del sistema finanziario e dei tassi di interesse.
E’ opportuno sottolineare che gli obiettivi di crescita, di sostegno all’occupazione e di sviluppo economico non costituiscono un obiettivo istituzionale della BCE ma solo una eventuale cornice di accompagnamento rispetto ai mandati imperativi illustrati. Ed infatti la “patata bollente” della crescita è stata affidata, cum grano salis, ai singoli governi nazionali attuali detentori della sola politica fiscale, cui spetta, secondo il verbo ortodosso neoliberista, garantire il governo delle grandezze macroeconomiche nella rispettiva area di competenza “sovrana”. Inutile soggiungere che una separazione così artificiosa delle politiche economiche e degli strumenti utilizzabili crea già di per sé asimmetrie strutturali, incompatibilità dei parametri, difetti di coordinamento e polarizzazione finanziaria, in quanto essendo i mercati ( alias, il “ tribunale degli investitori”) gli arbitri del merito creditizio degli Stati, ne divengono indirettamente i detentori delle loro politiche, che trovano stimolo e raccordo in quegli obiettivi di mandato della BCE di cui si è detto all’inizio. Ed il cerchio si chiude.




Intanto, dalle colonne del Finalcial Times, Mario Draghi – già in odore di Quirinale – ammonisce i governi ( si badi, non le banche ma i singoli paesi) pontificando che << è compito specifico dello Stato, utilizzare le proprie risorse per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock dei quali il settore privato non è responsabile..>> e poi proseguendo alza il tiro asserendo che << una profonda recessione è inevitabile>> e che << livelli più elevati di debito pubblico diventeranno una caratteristica economica e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato>>. E qui bisogna stare attenti, perché se a parlare è una delle più alte personalità finanziarie al mondo – in termini di opinion maker – le parole diventano sassi e vanno pesate.
Che in economia ci sia una relazione tra debito pubblico e debito privato è una dato acquisito in letteratura, per cui il deficit pubblico, espresso come saldo negativo in relazione al Pil è del tutto speculare al surplus del settore privato ovvero, quando più uno stato si indebita,più il settore privato aumenta la sua ricchezza ( Cfr. dati Ocse a riguardo). Peraltro l’intera struttura dei servizi pubblici che assolvono funzioni costituzionali si basano sulla spesa statale ( la quale si distingue in spese correnti e spese in conto capitale,ognuna caratterizzata da specifici approcci e problematiche). Il punto da comprendere è che la spesa pubblica una volta trasformata in debito diventa una “partita di giro” solo e soltanto se lo Stato possiede la gestione della propria moneta ed è inoltre in grado di programmare il governo delle grandezze macroeconomiche ( agendo sulle componenti della domanda aggregata – consumi, investimenti, spesa pubblica, saldo import/export – in modo diretto o indiretto) in modo da adeguare dinamicamente il debito al Pil. Per procedere in questo senso uno Stato deve poter scegliere alternativamente tra : monetizzazione di una componente strutturale del disavanzo da parte della Banca centrale; collocamento di una parte dei titoli di debito pubblico sul mercato; gestione delle entrate fiscali.
Tuttavia, a seguito della introduzione dell’Euro come moneta unica europea, dove la BCE non è prestatore di ultima istanza e dunque in un sistema in cui:




Lo Stato non usa la Banca centrale come suo banchiere
Lo Stato finanzia i suoi deficit di bilancio sempre e solo mediante << operazioni di mercato aperto>> in titoli pubblici con il settore privato
La Banca Centrale non può acquisire titoli di Stato al momento dell’emissione – mercato primario – ma solo venderli e comprarli da privati o da istituzioni finanziarie – mercato secondario –
ne consegue che il vincolo di bilancio del settore pubblico, nel sistema descritto, attualmente vigente in Europa, può essere formalizzato nel modo seguente:
ΔDP = G – T
In sintesi ciò significa che se lo Stato non può fare ricorso alla Banca centrale come banchiere, una eccedenza della spesa pubblica G, sulle entrate fiscali T, si traduce in un aumento dello stock di debito pubblico ΔDP. Infatti, la spesa che supera le entrate fiscali può essere finanziata o mediante un aumento della quantità di titoli pubblici acquistati dalla Banca centrale ( ipotesi che darebbe origine ad una creazione netta di moneta – c.d. monetizzazione del disavanzo- ) oppure mediante un aumento della quantità di titoli pubblici collocati presso gli operatori privati ( ipotesi che darebbe luogo ad uno scambio di moneta già esistente con titoli –c.d. moneta interna-).
Tuttavia, ed è questo il nocciolo del problema, essendo la prima ipotesi esclusa dai Trattati Europei, si rende necessario il ricorso alla seconda alternativa, peraltro alquanto onerosa,tutte le circostanze in cui si palesa una esigenza di emissione suppletiva di tutoli di debito per finanziare spese impreviste e straordinarie. Ho detto onerosa, perché in base al macchinoso ed iniquo meccanismo delle “aste marginali” l’incremento di interesse da corrispondere ai mercati si tradurrebbe in un aumento del costo del servizio del debito sull’intera tranche di nuova emissione, con un vertiginoso aumento del rapporto Debito/Pil, elemento cruciale di ogni manovra!




Un ultimo aspetto tecnico consente di comprendere più a fondo il problema. G è una grandezza eterogenea perché comprende sia la spesa primaria ( spesa pubblica al netto degli interessi sul debito) che la spesa per gli interessi sul debito pubblico emesso nei periodi precedenti per cui l’equazione precedente può essere scomposta nel modo seguente:
DPT = (1+r) DPT-1 + ( GT – TT)
Tale costrutto matematico, benchè sembri più complesso rispetto al precedente è in realtà più fedele alla realtà finanziaria e ci dice che il debito pubblico al tempo t è uguale alla somma di due fattori: il primo fattore esprime il prodotto tra il tasso di interesse reale (1 +r) e lo stock di debito precedente DPT -1 mentre il secondo fattore GT – TT indica la differenza tra la spesa primaria e le entrate dello Stato. Ne consegue che a fronte di una situazione straordinaria in cui le entrate fiscali subiscono addirittura una flessione, con un aumento della spesa pubblica a deficit ed un connesso calo della produzione, cui si aggiunge un ragionevole aggravamento delle condizioni del debito ( aumento del tasso di interesse) il rapporto DP/PIL ( già intorno al 135% per l’Italia) raggiungerebbe una soglia di collasso non più gestibile con gli ordinari mezzi finanziari e tale da favorire l’alternativa ( pericolosissima) del ripudio del debito, ovvero dell’affidamento al soccorso finanziario della troika ( con svendita di interi pezzi del paese e perdita quasi totale dell’indirizzo della politica macroeconomica).
Ecco perchè l’invito di Mario Draghi, da cui è partita l’analisi, se può sembrare una esortazione ad un recuperato ruolo attivo dello stato e a tutte le sue potenzialità, ( c.d. deficit spending) di fatto, sotto il regime dei Trattati Europei e con una dinamica recessiva della produzione ormai innescata, si rivelerebbe un suicidio finanziario e sarebbe oltremodo perniciosa, anche per le esternalità che essa determinerebbe in relazione a tutta l’eurozona, specie considerando che l’Italia su molti prodotti è il principale mercato di sbocco della Germania. Peraltro lo stesso Draghi in una sua precedente dichiarazione pubblica ha chiaramente affermato che << in un paese con debito pubblico alto, decidono i mercati>>. E non si comprende davvero perchè il medesimo principio finanziario viene a perdere ogni significato a distanza di pochi mesi ed in un momento così delicato e complesso. Ciò vale a chiudere ogni obiezione sul punto in oggetto.

Intanto in una lettera aperta al presidente del Consiglio, una platea di oltre 150 accademici italiani ( che comprende oltre 10 docenti di atenei napoletani) esperti in discipline economiche e finanziarie ha osservato con preoccupazione che << in questo momento sono indispensabili stanziamenti urgenti a sostegno del sistema sanitario,delle famiglie e delle imprese di tutti i paesi europei, ma non crediamo che si tratti solo di garantire maggiore flessibilità ai bilanci pubblici nazionali ,perchè gli stanziamenti dei singoli stati non sarebbero sufficienti e comunque comporterebbero aumenti del deficit pubblico e dello spread degli interessi sul debito pubblico che vanificherebbero le politiche di riequilibrio dei conti pubblici>>.
Si faccia attenzione alla parte finale della diagnosi del corpo accademico laddove si precisa il volume di finanziamento necessario per fronteggiare la spesa avrebbe effetti inevitabili sul << deficit pubblico e sullo spread>> e dunque ammettendone i pericoli sull’intero quadro macroeconomico, cui però sono inevitabilmente connesse,anche in questo periodo di emergenza straordinaria planetaria, le << politiche di riequilibrio dei conti pubblici>> che risulterebbero << vanificate>>. Tradotto in termini esplicativi ciò significa che anche in questo periodo di emergenza straordinaria planetaria,che agisce da fattore strutturale alla base di ogni politica, occorre tenere sempre in considerazione il <<riequilibrio>> ovvero la riduzione delle spese e dei servizi pubblici, l’adeguamento delle tariffe, delle tasse e delle accise, la riduzione del costo del lavoro nel pubblico impiego, la riduzione ulteriore delle pensioni: in una parola l’austerità come forma di pensiero economico.
Illuminante su questo punto si dimostra un passaggio tratto da un articolo a firma di Tommaso Padoa Schioppa apparso sul Corriere della Sera del 26 agosto 2003 che sentenzia :<< Nell’Europa continentale un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità,del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma deve essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere…>>. ( Cfr. Luigi Pecchioli, Pil, spread e debito pubblico, Diacros 2019, p.25).

Parte II nell’articolo successivo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...