Il ruolo, le funzioni e le strategie della BCE dinanzi all’emergenza corona virus

La BCE è un organo che non risponde al alcun criterio democratico. E’ un organismo privato di proprietà delle banche centrali che, a loro volta, sono in massima parte di proprietà dei principali gruppi bancari internazionali i quali rispondono ad interessi propri e non certo al benessere collettivo. Alla BCE è stato posto il divieto di svolgere attività di prestatore di ultima istanza, potendo prestare soltanto, al tasso ufficiale di sconto, unilateralmente determinato dalla stessa BCE, alle banche le quali poi, con denaro creato dal nulla speculano sul debito pubblico degli stati membri, acquistando titoli del debito pubblico sul mercato secondario e causando un’imposizione fiscale folle, dovuta all’incidenza degli interessi pretesi dai mercati sui debiti sovrani.      

Loffington post, per gentile concessione dell’autore, pubblica un’approfondita analisi di Giovanni Ardimento, tra i massimi esperti in Italia di diritto e politiche monetarie, sul condizionamento stringente che la BCE pretende imporre alle scelte degli organismi comunitari in ordine agli interventi che i governi degli stati membri sono chiamati a fare anche per fronteggiare la grave recessione conseguente all’emergenza pandemica da Coronavirus.  

Quando Christine Lagarde afferma che << non siamo qui per chiudere gli spread>>, a parte la metafora idraulica, non commette un errore di politica economica e nemmeno di teoria monetaria, ma assume una posizione politica, seppure gravida di implicazioni, rispetto a quello che le viene opportunamente richiesto dai governi dell’Unione Europea.  

Operazioni come l’acquisto di tranche del debito pubblico dei vari Paesi, ovvero l’abbassamento del prime rate o ancora, il quantitative easing nelle sue varie forme, hanno indubbiamente un effetto diretto ed immediato sugli indici di borsa ed un effetto indiretto e non trascurabile sui differenziali di rendimento dei Bond statali  ( c.d. spread). 

Inoltre, non esiste un confine netto tra politica fiscale e politica monetaria, giacché ogni misura di politica economica esplica effetti congiunti sia sulla leva monetaria che su quella fiscale, seppure con diversa intensità, modalità e durata.  

Ma la Lagarde, anche in questo momento così difficile per l’intera eurozona, ha voluto puntualizzare la posizione della BCE sulla politica economica dell’Unione. Nessuna concessione straordinaria ai singoli stati, ma solo una iniezione di liquidità alle banche, le quali poi la gestiranno indirizzandola alle famiglie e alle imprese. 

Questa precisa scelta di campo di natura bancocentrica, mostra dunque ( casomai ce ne fosse ancora bisogno) il vero volto dell’Europa. Non un Europa degli Stati e delle Nazioni ma un’Europa tecnocratica e globalista, nella accezione deteriore del lemma, cioè tesa al superamento del concetto di Stato ed al conferimento dell’intera politica economica (che per una comunità nazionale significa “tutto”) ad un organo di tecnici con piena indipendenza ed immunità da ogni giurisdizione, fatto straordinario nella storia dell’Occidente. Questa è la vera “scatola nera” che frena la crescita, inchiodandola alla croce dello zero virgola creando disoccupazione, recessione, polarizzazione del reddito e squilibri territoriali. Nel concedere ulteriore liquidità alle sole banche e negarla agli Stati, si affida l’intera gestione dell’emergenza ad organismi privati che, di fatto, assumono una funzione politica primaria ed assorbente, decidendo criteri,modalità e destinatari della liquidità assegnatagli dalla BCE, durante e dopo l’emergenza.

 dopo la prevista ondata di crolli, provocati sulle borse europee a seguito del verbo lagardiano, la BCE ha corretto il tiro affermando che << spread elevati a causa del coronavirus, danneggiano la trasmissione della politica monetaria>> e si dichiara << pronta a interventi mirati di acquisto di titoli di Stato dei paesi più colpiti dallo choc coronavirus>>. Ma i mercati hanno risposto picche. Nescit vox missa reverti. La Lagarde non ha convinto e non è certo una questione di forma. 

Vero è che l’eccezione, dovuta allo stato di emergenza epidemica, giammai sconfessa la regola.

Già nello scorso weekend si è andata profilando la strategia adottata dall’Istituto di emissione europeo in ordine al profilo della liquidità monetaria. Sono tre gli assi su cui sembra assestarsi la terapia che avrà luogo nei prossimi mesi. 

Con il primo strumento si procederà all’acquisto diretto dei titoli verso i privati ( banche e conglomerati finanziari che già li detengono nei loro asset) e verso gli Stati: 

dal 17 marzo è iniziato l’acquisto da parte della BCE delle prime tranche di BOT e BTP mediante la Banca d’Italia, in modo però ancora molto parsimonioso ( non impedendo la caduta libera della borsa scaligera né influenzando in modo significativo il livello della spread). L’effetto annuncio di questi giorni ha reso edotta la platea finanziaria che sono previsti acquisti per almeno 120 miliardi di euro. Intanto lo “sforzo” profuso in tale cimento non convince, a tal punto da richiedere una excusatio non poetita in un programma di “approfondimento” economico della Rai – servizio pubblico pagato dai cittadini italiani – che ha ritenuto opportuno puntualizzare, a fine trasmissione, che << le misure della BCE sono ancora blande perché mancano le competenze e mancano i fondi necessari>>…un’eresia che grida vendetta al cospetto della ragione!

A questa misura seguiranno due operazioni di quantitative easing della specie Ltro e Tlro. In sintesi, con la prima, già a partire da lunedi 16 marzo, si è proceduto a trance di maxi prestiti a medio-lungo termine, per fornire al sistema finanziario nuova moneta creditizia ad un tasso particolarmente agevolato – 0,50% , cioè ad un tasso al di sotto di mezzo punto rispetto al tasso per operazioni di rifinanziamento principale degli istituti di credito.

Il Tlro – che entrerà in gioco in una seconda fase a partire da giugno 2020 – prevede speciali aste di liquidità per le banche cui verranno applicate condizioni ancora più favorevoli rispetto ai precedenti Ltro: infatti possono giungere ad un tasso negativo di – 0,75%. In sostanza le banche comprano soldi da loro stesse mediante un meccanismo generativo di liquidità primaria da parte della BCE che trasforma la moneta ad alto potenziale in nuovo credito erogabile su interesse da parte delle banche ad imprese, famiglie e pubbliche amministrazioni.

Ci si chiede inoltre in questo frangente, se tali iniezioni così massicce ed unidirezionali di liquidità siano necessarie oltre che opportune. A questa obiezione ha risposto, in modo inconsapevole seppure formidabile, il consiglio direttivo della BCE puntualizzando che << anche se non vede segni evidenti di tensioni sui mercati monetari o scarsa liquidità nel sistema bancario, queste operazioni forniranno un efficace rete di protezione in caso di necessità>>. In sostanza, questa massiccia immissione di liquidità suppletiva verso il sistema bancario piuttosto che verso gli Stati, impegnati in prima linea nel fronteggiare una emergenza planetaria, è vista come una misura aleatoria preventiva di potenziamento, a favore del sistema finanziario, adottata senza i presupposti di necessità, di congruità e di urgenza.     

Inoltre, <<caso mai se ne avvertisse la necessità>> le aziende di credito potranno “ su richiesta”ottenere somme fino a coprire il 50% del loro portafoglio prestiti. In questo modo si introduce in modo sistematico in Europa il principio della “ sovraesposizione bancaria protetta” con una deroga ai dogmi di Basilea I, II e III – peraltro ritenuti di per sé ancora inadeguati perfino dalla più cauta letteratura bocconiana. Cfr. Marco Onado “Alla ricerca della banca perduta” il Mulino 2017-  che non conosce precedenti nella storia bancaria europea.  A tutto ciò si aggiunge un rinvio degli stress test ( cosa buona e giusta) almeno fino al 2021,che rende sotto il profilo delle tutele interne sostanzialmente blindato il sistema bancario, che ne esce sostanzialmente “ ristrutturato” in modo inaspettatamente inedito.  

Ma cosa accade sul versante dei rapporti tra Stati “sovrani” e BCE? 

Apparentemente le apertura di <<massima flessibilità>> concessa, di grazia, da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, circa la sospensione del patto di stabilità (che prevede tra l’altro forti restrizioni finanziarie agli Stati imponendo un rapporto Debito/Pil non superiore al 60%; un rapporto Deficit/Pil minore o uguale al 3% , nonché l’obbligo del pareggio di bilancio nel medio termine)  cui si aggiungerebbe un margine di tolleranza sul divieto di aiuti di Stato (locuzione eufemistica che scolpisce la impossibilità attuale degli Stati dell’eurozona di attuare una seppur embrionale politica industriale) sembrano venire incontro alle pressanti esigenze degli stati, il che significa, dei cittadini. 

Peraltro ci si chiede come mai la “clausola anticrisi” prevista dall’Articolo 2 del Regolamento UE 1466/97 sia stata invocata solo in questo frangente e sia stata invece del tutto obliterata durante l’ultima gravissima crisi finanziaria globale del 

2008 che ha determinato una << grave recessione economica>> nell’intera eurozona, tale da giustificare ampiamente, se non imporre, la sua immediata operatività anche in quella fase economica che ha di fatto paralizzato la crescita dei paesi UE negli ultimi 10 anni!    

Inoltre, ed è questo un punto chiave dell’intero discorso, il superamento della soglia di disavanzo pubblico da parte degli stati, sarà attuato in deficit spending con una moneta non sovrana, cioè graverà sia sul bilancio pubblico dei prossimi anni, sia sul rapporto Debito/Pil ( attualmente a 135% per l’Italia) e determinerà in questo modo una prevedibile insostenibilità nel medio-lungo termine dell’intero margine di manovra, con inevitabile recessione e caduta del valore degli asset nazionali. Da più parti quindi, è stata ragionevolmente invocata la introduzione di nuove obbligazioni ( eurocrisis bond) da parte dei governi nazionali europei garantita da tutti gli Stati membri dell’area euro. Ma questo passo è stato ritenuto dalle autorità monetarie << ancora troppo lungo per le gambe europee>>.   

Per esigenza di chiarezza occorre prendere confidenza con una relazione matematica che chiarifica in modo icastico l’intero costrutto finanziario europeo: ΔG = ΔT + ΔM + ΔDP. E’ questa l’equazione del vincolo di bilancio di uno Stato. In termini esplicativi essa indica che un incremento della capacità di spesa di una nazione dipende da tre fattori distinti ma collegati tra loro,ovvero, un aumento del livello di tassazione T, ovvero una immissione suppletiva di liquidità monetaria da parte della Banca centrale M, ovvero una nuova emissione di cartelle del Debito Pubblico DP (una cambiale a termine garantita dallo Stato).

Oggi non potendo agire sul primo fattore, per oggettive ed evidenti ragioni, non potendo neppure agire sul secondo fattore, avendo ceduto la potestà di emissione monetaria alla BCE a seguito dei Trattati di Maastricht, resta solo l’utilizzo del Debito Pubblico,come strumento di finanza straordinaria. Ma ciò in eurolandia avrebbe richiesto una pronta disponibilità da parte della BCE nel monetizzare illico et immediate ogni impegno cartolare da parte degli Stati nazionali,primo fra tutti, per chiare esigenze emergenziali, l’Italia. Ed invece da quanto emerso dall’attuale 

scenario si profila – a parte qualche occasionale comparsata –  una esitazione di fondo da parte della BCE nel voler assecondare tale percorso, cui fa da cassa di risonanza un mercato scarsamente propenso ad incamerare impegni di debito statali fluttuanti. E tutto questo mentre gli impegni di spesa dei singoli Stati sono assunti a debito. Certo, l’orientamento keynesiano opportunamente precisa che << ogni disavanzo del settore statale, se il livello dei prezzi è assunto dato,comporta un aumento della ricchezza delle famiglie o delle imprese>> ( Cfr. Bruno Jossa “Macroeconomia” Cedam, 2000, p. 277) ma in uno scenario economico e finanziario globalizzato, le tradizionali leggi economiche devono comprendere nei loro modelli nuove e più complesse variabili ancora in corso di elaborazione, per cui vi è da credere che una sovraesposizione strutturale degli Stati non controbilanciata da una adeguata crescita sul medio-lungo periodo, non riuscirà a reggere gli choc esogeni né la concorrenza con le economie emergenti. Non a caso La Federal Reserve giovedì 12 marzo – con un tempismo cronometrico distante anni luce dal pachidermico passo francofortese –  ha annunciato che <<inietterà 1500 miliardi di dollari sul mercato, nel “tentativo” di evitare una contrazione e di facilitare il funzionamento del mercato dei Treasury>> ( titoli di Stato americani).

Ma non finisce qui. Perché nell’ambito della platea degli Stati europei la Germania da sempre si distingue per uno “statuto differenziato” affatto peculiare. E le sue presunte virtù, lungi dall’essere connaturate,sono originate da meri meccanismi giuridico-finanziari che creano sacche di rendita differenziale occulta. 

Infatti, già forte in virtù della piena compatibilità del tasso di conversione euro/marco con i suoi fondamentali economici – a differenza degli altri paesi periferici dell’eurozona che subiscono tale asimmetria genetica – frau Merkel si prepara a mettere a disposizione delle imprese teutoniche qualcosa come 550 miliardi di euro che verranno stanziati dalla KfW. Ed è qui che casca l’asino, come direbbe un apologo didattico. Infatti la KfW è la più grande banca pubblica per lo sviluppo al mondo e gestisce asset per oltre 500 miliardi di euro. Formalmente è un ente pubblico e non una istituzione bancaria ( essa è posseduta dallo stato all’80% e dai Lander al 20%). Essa rappresenta dunque una enclave finanziaria esentata dalla 

vigilanza BCE, immune da ogni requisito di capitale e del tutto avulsa dalle regole dell’Unione bancaria europea.  Pertanto l’ingente esborso che si appresta a varare per rilanciare la patria di Goethe, non avrà ripercussioni sul bilancio federale tedesco a differenza dell’Italia. Tale situazione di sconcertante asimmetria finanziaria – occultata od ignorata dai cortigiani prezzolati del giornalismo finanziario mainstream- risulta di importanza decisiva in tutta la questione, aggiungendosi alle “esitazioni” degli organismi di eurolandia. 

Ed infatti, se da un lato si profila uno scenario di ulteriore rafforzamento delle istituzioni finanziarie private, che saranno gli arbitri assoluti delle politiche economiche e finanziarie nei prossimi anni, dall’altro lato è evidente un forte ridimensionamento dell’azione statale a tutti i livelli, con un contingentamento del credito e un regime di interdizione finanziaria che segnerà il definitivo passaggio verso una nuova forma di governo ( sinarchia finanziaria ?). E ciò secondo quei principi di << moneta solida>>, in netto contrasto con ogni utilità sociale, avendo già criminalizzato, sine demostratio, la fondamentale spesa pubblica in conto capitale  come componente indefettibile della domanda aggregata. 

Ma la Germania in questa fase di transizione/esautoramento degli Stati non sarà sullo stesso piano dei suoi partner europei e ciò contro ogni ragionevolezza. Il regime di privilegio finanziario riconosciutole ab initio, le consentirà vantaggi competitivi nel medio-lungo periodo con una golden rule informale all’interno della BCE, tale da blindare la sua posizione relativa rispetto alla platea europea.  

Se la Lagarde, a proposito della terapia “ estrema ed immotivata” imposta alla Grecia durante la crisi del Debito sovrano parlò di << un evidente errore nel calcolo dei moltiplicatori>> – lasciando anche qui intendere che il lemma “errore” sottenda più opportunamente un criterio di politica finanziaria eterodiretto –   ciò che si va profilando ora sfugge alla portata del profano ed inaugura una nuova fase delle relazioni monetarie finanziarie in cui la “moneta solida” concessa alle banche costituirà il centro di gravità  della vita economica, sociale e politica, dando corso 

casomai si nutrisse qualche dubbio, a ciò che Herry Kissinger ha definito, nella sua ultima fatica letteraria, con sfacciata ironia << New Word Order>>.  

La ciliegina sulla torta dell’effetto spread – un indicatore finanziario che fino a qualche decennio fa non aveva nemmeno cittadinanza nei manuali seri di macroeconomia – si paleserebbe nel momento in cui l’eventuale congiuntura economica dell’Italia si allontanasse in modo significativo dai fondamentali di Maastricht , al punto tale da richiedere secondo il direttorio della BCE, il “salvataggio interdittivo” del MES ( Meccanismo europeo di stabilità) che ha assunto dal 2012 veste di organizzazione intergovernativa che interviene in caso di “crisi” degli stati dell’eurozona, con lo stanziamento di fondi di sostegno, chiedendo in cambio severe politiche di austerità, che finora non hanno prodotto risultati significativi, ovunque siano state adottate. Il modello attuato da tale istituzione – criticata perfino da Mario Monti, una delle eminenze grigie del verbo europeista – determina in modo pernicioso nel lungo periodo, effetti di natura antagonista sulla crescita economica e sulla occupazione, che facendo abbassare in modo significativo il prezzo degli asset strategici della nazione coinvolta nella procedura, ne riduce in modo strutturale ed irreversibile il potenziale economico, la capacità produttiva, ed il benessere sociale. Saranno cruciali le prossime settimane  per comprendere nell’ambito del complesso scenario tratteggiato,le dinamiche dominanti che si apriranno. Tuttavia, se si conosce il “ momento angolare” è già intuibile le futura traiettoria. Alea iacta est.   

Giovanni Ardimento 

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