La Xenofobia è un diritto

Rispondendo ad una domanda rivoltagli da un giornalista sull’aereo papale, Bergoglio ha definito la xenofobia una malattia al pari del morbillo.

Il massimo rappresentante della Chiesa cattolica, nella circostanza, ha aggiunto, altresì, che le “ le xenofobie, tante volte, cavalcano populismi politici ….discorsi che assomigliano a quelli di Hitler”.

Bergoglio mente.

Rappresenta innanzitutto un plateale falso storico qualsivoglia collegamento tra le tesi Hitleriane e gli scopi dei partiti populisti.

Vero, innanzitutto, è che i partiti di cosiddetta matrice populista non coltivano, e neppure diffondono, tesi suprematiste, ossia finalizzate ad affermare l’idea della superiorità di razze elette su popoli giudicati inferiori o subalterni.

I populisti muovono, al contrario da presupposti e con finalita’ di natura anti elitaria. Ed in tale ottica si oppongono al turpe traffico di essere umani: l’immigrazione incontrollata viene denunciata come un’arma del mondialismo per distruggere i popoli ed asservirli allo sfruttamento globalizzatore.

La Chiesa cattolica, sotto la guida di Bergoglio, si è ridotta a perseguire i medesimi scopi di una ong: dietro lo schermo di una cortina fumogena di menzogne, è nemica di chiunque si oppone al mondialismo neoschiavista, al fanatismo laicista ed al nichilismo.

Non rinuncia a fare la predica morale, se del caso anche oltraggiando la dignità storica, il sentire diffuso dei popoli e di chiunque sostenga un modello di società e di sviluppo diverso da quello liberista globalizzatore.

Un esempio su tutti.

La leggenda del Piave è la famosa canzone scritta non appena cessata quella che Gabriele D’Annunzio definì la battaglia del solstizio.

La canzone fu composta da un prolifico autore di canzoni napoletane, E.A. Mario, pseudonimo di Ermete Giovanni Gaeta.

L’analisi del testo della canzone manifesta un profondo sentimento di ostilità nei confronti dello straniero: la prima strofa termina con un enfatico grido “non passa lo straniero”, la seconda strofa con uno rammaricato “ritorna lo straniero”, la terza strofa con un convinto “indietro va’ straniero”. La quarta strofa conclude con un fermo proclama: “ne’oppressi, né stranieri”.

Nell’immaginifica rievocazione delle varie fasi della guerra, il compositore dell’inno attribuisce la ribadita manifestazione di ostilità verso lo straniero invasore al mormorio del Piave che, quale invalicabile linea di confine del suolo patrio, assiste all’impresa vittoriosa, facendosi interprete del sentimento dell’intero popolo italiano.

Sul piano etimologico il termine xenofobia deriva dal greco, e significa letteralmente paura dello straniero.

Il testo della canzone deve riconoscersi pertanto xenofobo. Ed il testo dell’inno di Mameli, l’inno degli italiani, non le è da meno ( si veda in particolare la quinta strofa).

Anche quella del Piave fu proclamata inno dello stato italiano, e per tale ragione all’autore vennero negato i diritti d’autore.

A parere del santissimo Padre, E.A. Mario, Mameli e tutte le generazioni di italiani che hanno sentito rappresentato il loro sentimento di attaccamento alla Patria in quei versi- non dissimili a quelli presenti negli inni di tutte le nazioni della terra – risultavano affetti da una grave affezione della psiche.

Quella del Vicario di Cristo è una vocazione peculiare: si occupa ormai a tempo pieno di accoglienza, immigrazione, ambiente, e sempre meno di evangelizzazione e di Cristo.

Vista la pronunciata attitudine politica di Bergoglio, andrebbe valutata l’opportunità di un’autosospensione a divinis, e la nomina del terzo pontefice.

E’ pur vero che il senso del sacro va progressivamente scomparendo in Occidente, e che papi e sacerdoti vengono meglio accolti nei villaggi africani che nelle metropoli Europee o nordamericane. Questa però non è buona ragione per rinunciare al mandato conferito da Cristo direttamente agli apostoli:” Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli” battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo ( Mt. 28, 19-20). E’ proprio nell’Occidente scristianizzato che più urge la riaffermazione di Dio. Non è chi più invoca i missionari che ha più bisogno della presenza del sacro. Nei paesi sottosviluppati invocano aiuto, peraltro, per placare la fame o contrastare la miseria. Proprio dove meno si reclama Dio, maggiore se ne dovrebbe riconoscere la necessità. Ed è proprio nello scristianizzato Occidente che oggi si rivela irrinunciabile l’opera evangelizzatrice cui invece la Chiesa cattolica , stando ai desiderata del Pontefice, sembra volere declinare.La paura diffusa, generata dai continui flussi immigratori, è, invece, tutt’altro che irrazionale. La xenofobia, nell’orribile scenario urbano che si va delineando, va riconosciuta per quello che è: un insopprimibile diritto dell’uomo. La paura dello straniero è un sentimento tanto ancestrale nell’uomo, quanto incoercibile in natura. All’interno di un medesima comunità ci sono linee di affettività dovute ad una storia comune, ad una medesima lingua, agli stessi costumi, credenze e convenzioni. Regole diffuse di non aggressione che tutti rispettano, o almeno convenzionalmente accettano, e che consentono l’immediata percezione del pericolo. Si tratta di un patrimonio antropologico non riproducibile a tavolino, in laboratorio, per legge o per decreto, e neppure con le astratte prediche pontificali. Lo straniero, invece, a sua volta, è fuori dal suo ambiente di origine. E’, in tal senso, sradicato. Ha quindi perso la percezione dei meccanismi di controllo sociale. Lo straniero, pertanto, vive una condizione psicologica molto difficile, senza dubbio precaria. Tanto più sono distanti, poi, usi e costumi e religione dello straniero – come nel caso dei praticanti l’islam o i riti vodoo – tanto più si rivela una mera utopia umanitarista quella che auspica una effettiva integrazione civile di costoro. La verità è un’altra: si provi ad introdurre un elemento estraneo in un branco di lupi od in un pollaio, scatta, inevitabile, l’aggressione di quest’ultimo. La diffidenza per l’estraneo risiede nella parte arcaica ed ancestrale del cervello dell’uomo, non è affidata solo all’istinto, ma ad un razionale meccanismo di autodifesa. Senza la paura dello straniero non saremmo migliori. Saremmo tutti morti!

Carmine Ippolito

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