Aeroporti, sinistra e memoria

Con un ordinanza dell’Enac, ente per l’aviazione civile,  l’aeroporto di Milano Malpensa è stato intitolato a Silvio Berlusconi, compianto leader del centro destra italiano.  La decisione ha incontrato l’immediato sostegno del Governo attraverso la immediata presa di posizione favorevole del Ministro dei trasporti Salvini. Si tratta di onorificenza dal notevole valore simbolico. L’intitolazione di un aeroporto è un atto dotato di indubbia funzione memorialistica: l’onorificenza viene riservata a statisti, eroi nazionali, martiri, figure fondative: a Charles del Gaulle, fondatore della V Repubblica francese, è intitolato l’aeroporto di Parigi, a John Fitzgerald  Kennedy quello di New York, a Giovanni Falcone l’aeroporto di Palermo.  Quella di Silvio Berlusconi fu di certo una figura controversa: era prevedibile che l’intitolazione al fondatore di Forza Italia dello scalo di Malpensa generasse, soprattutto a sinistra, veementi polemiche. La legge che regolamenta l’intitolazione delle strade, o di altri luoghi pubblici, forse neppure consentiva di conferire tale riconoscimento al Cavaliere, non essendo ancora decorsi dieci anni dalla sua scomparsa. Al di là di ogni rilievo di natura strettamente legalistico formale, in effetti la scelta dell’onorificenza riservata al Cavaliere si rivela inappropriata anche nel merito della decisione.  Meglio avrebbe esaltato la figura del fondatore di Canale 5 diversa onorificenza:  più conforme alla storia peculiare dell’uomo e del politico doveva apprezzarsi l’intitolazione di altra struttura. Previa abrogazione solenne della legge Merlin, quella che ha infaustamente bandito le case di tolleranza, a Berlusconi sarebbe risultato più corretto intitolare un pio istituto di accoglienza e di riposo, per esempio, per le tutte le vestali di alto bordo, infelicemente denominate a suo tempo olgettine, che numerose si succedettero nell’amorevole cura della suo benessere psicofisico ed al fervente culto della sua vulcanica personalità. Il Cavaliere che, tra i tanti pregi, era oltretutto uomo di grande spirito, avrebbe molto apprezzato tale comunque ragguardevole riconoscimento, consapevole di averlo a pieno titolo meritato avendo costantemente riservato al gentil sesso, attenzioni privilegiate elevandone, in pompa magna, non poche alle più alte cariche repubblicane.     

Le polemiche, sull’aeroporto Berlusconi, non destano perplessità tanto nel merito quanto piuttosto nella matrice, perché promananti da esponenti delle formazioni della sinistra Italiana che, sotto il profilo della legittimazione etica, dovrebbero imporsi di tacere. 

 La sinistra italiana vanta, nelle proprie fila, figure presentabili, idonee ad assurgere alla contestata onorificenza?

 Pensano magari a Fassino cui, un lontano giorno, sarà d’obbligo intitolare quantomeno il duty free dell’aeroporto di Fiumicino considerato che l’ex comunista, deputato PD, già segretario del PD PDS, ha dato negli aeroporti italiani recenti e mirabili prove di furtiva  destrezza. O magari pensano di intitolare aeroporti ai compagni che ricevevano o prelevavano, oltre che l’oro da mosca, anche le tangenti dalla lega delle cooperative in affari con la camorra. Uno scalo aeroportuale, andrebbe riservato al ricordo di Giorgio Napolitano, ex presidente della Repubblica, evitando di opportunamente menzionare che, l’ex Presidente della Repubblica, durante l’VIII congresso del partito comunista, che si tenne nel dicembre del 1956, non mancò di elogiare l’invasione dei carri armati sovietici in Ungheria, sposando in pieno la linea dettata da Palmiro Togliatti, allora segretario del partito comunista italiano. Per restare sempre a sinistra, un giorno ci saranno aeroporti da intitolare alla straordinaria figura del senatore semplice, già segretario rottamatore del PD,  Matteo Renzi, oggi segretario di Italia Viva. Pur facendosi eleggere senatore della Repubblica Italiana, Renzi non fa mistero di ricevere emolumenti cospicui, quale consulente di altri stati, trovando la cosa più naturale del mondo giurare fedeltà alla Repubblica Italiana ed incassare migliaia di Euro da organismi che fanno capo, per esempio, alla dinastia saudita, che governa uno stato fondamentalista, che non rispetta diritti umani e che non appartiene ai sistemi di alleanze cui partecipa lo stato italiano.

Lo scalo di grazzanise o di Capodichino, in Campania, andrebbe opportunamente intitolato agli esponenti del Pd campano che, di recente, sono stati colti, nelle indagini sulle tangenti per il Rione terra di Pozzuoli, con un bel po’ di bigliettoni fruscianti in borsa. Denaro di cui è rimasta improbabile o non meglio specificata la provenienza. La lista è lunga. Difficile a dirsi se l’imbarazzo è nella scelta o la scelta nell’imbarazzo: ai diversi protagonisti del Qatar Gate un aeroporto pure andrebbe intitolato. Già deputati al parlamento europeo, hanno ricevuto fino a 17.000 euro al mese, al nero ed in contanti, dal governo marocchino o qatariota per favorirne gli interessi, soprattutto in materia di sfruttamento della manodopera di tali paesi. ( cumpagn, cumpagn tu fatic ed io magn) Un aeroporto potrà essere intitolato, per meriti altamente umanitari alla famiglia soumahoro ( deputato Pd), a Lucano già sindaco di Riace ed oggi eletto al parlamento Europeo, A Buzzi ed tutti coloro che, a sinistra, con la gestione degli immigrati hanno fatto soldi e fortuna, come “con la droga mai sarebbero riusciti”. Un aeroporto di certo dovrà essere intitolato ad Ilaria Salis visto che, non avendo di meglio da eleggere, il popolo di sinistra ha mandato al Parlamento europeo per essere assurta agli onori delle cronache per la commissione di atti di squadrismo e violenza politica ed altri reati comuni.   I restanti aeroporti minori, magari quelli prossimi all’aeroporto Malpensa Silvio berlusconi, andrebbero di diritto intitolati a magistrati che, come Davigo, al “Caimano” non mancarono mai di dedicare tante premurose attenzioni. Un aeroporto andrebbe intitolato di certo a ciascuno di quegli appartenenti all’ordine giudiziario che  sono passati alla storia come “palamara boys”. Costoro meritano tale altissima onorificenza per  avere contribuito a mantenere in vita un sistema giudiziario fondato sulla simoniaca compravendita degli incarichi direttivi degli uffici giudiziari. Il CSM li ha mandato tutti prosciolti, sotto il profilo disciplinare, facendo leva sulle provvidenziali conclusioni di una sentenza della Corte Costituzionale che dava ragione al Senato, nel conflitto con la Procura di Firenze, in un procedimento a carico del senatore Renzi. Il CSM, grazie a tale sentenza che riconosceva i messaggi wapp inviolabili senza un provvedimento dell’autorità giudiziaria, ha ritenuto inutilizzabili i contenuto delle chat dei magistrati . Tutto affinché si preservasse autonomia,  indipendenza ed imparzialità della magistratura.  L’aeroporto di Palermo, oggi intitolato a Giovanni Falcone,  andrebbe opportunamente intitolato invece a Pietro Giammanco, capo della Procura Palermitana quando si verificarono le stragi di Capaci e via D’Amelio.  Giammanco aveva sempre osteggiato  le indagini mafia appalti di condotte da Falcone, dal generale Mori e dal colonnello de donno. Giammanco la mattina dell’attentato di via d’Amelio telefono’ a Borsellino* per comunicargli che aveva deciso di affidargli coordinamento delle indagini su mafia e appalti. Quel 19 Luglio era una domenica mattina. Ciononostante Giammanco non mancò di avvertire la necessità di telefonare il collega per comunicargli che aveva assunto tale tormentata decisione.  Sentiva, Giammanco, indifferibile tale incombenza, tale che non avrebbe consentiva di attendere che il lunedì per questa comunicazione di servizio.  Peccato però che Giammanco tacque a Borsellino di avere firmato 4 giorni prima la richiesta di archiviazione. La sera del 19 luglio sappiano tutti come è andata a finire e cosa accadde a via D’Amelio. .  Non tutti sappiamo,  anzi non tutti vogliamo sapere, che il 14 agosto, quando al tribunale di Palermo non trovi neppure l’usciere che ti porti le chiavi del cesso per pisciare, un gip firmò l’archiviazione di quell’indagine Mafia Appalti. A tutti questi santi laici, assistiti dalla prerogativa di superiorità etica ancora vantata dalla sinistra, glielo vogliamo intitolare un santuario, un pantheon, piuttosto che un aeroporto. O no?

*https://progettosanfrancesco.it/2024/07/20/latto-daccusa-di-manfredi-borsellino-quella-strana-telefonata-di-giammanco-e-nellinchiesta-mafia-e-appalti-spunta-un-nuovo-documento/

Carmine Ippolito

  • Aspettando il museo

    Aspettando il museo

    di Franco Russo cultura, poesia e canto quali strumenti di rigenerazione civile di un territorio scomodo L’immagine di una Napoli che, per anni ha affidato, alla Camorra il culto dei suoi morti, è quella che oggi ignobilmente, primeggia sulla stampa e nelle immagini televisive. Questa immagine è l’emblema dello stato di degrado assoluto in cui…

  • Aspettando il museo

    di Franco Russo cultura, poesia e canto quali strumenti di rigenerazione civile di un territorio scomodo L’immagine di una Napoli che, per anni ha affidato, alla Camorra il culto dei suoi morti, è quella che oggi ignobilmente, primeggia sulla stampa e nelle immagini televisive. Questa immagine è l’emblema dello stato di degrado assoluto in cui…

  • Notizia di reato

    Qualcuno dovrebbe chiarire al Presidente della regione Sicilia, ed al capo della locale Procura della Repubblica competente per territorio, che l’adozione dell’ordinanza con la quale il Presidente ha preteso vietare, ossia interdire, l’accesso agli “uffici pubblici” per i non detentori di certificato cosiddetto verde, costituisce condotta suscettibile di integrare il reato di usurpazione di pubbliche…

  • Proclama finale

    Una volta non ero no Vax. Poi c’è stata la pandemenza. I vecchi dovevano scomparire, ma non sono scomparsi. Sono invece sempre piu’ numerosi, prevalenti e dominanti. Se il virus fosse stato diffusamente letale, ed i vecchi fossero scomparsi, la base vulnerabile si sarebbe esaurita, la restante popolazione si sarebbe naturalmente immunizzata e il problema…

  • Aspettando il museo

    di Franco Russo cultura, poesia e canto quali strumenti di rigenerazione civile di un territorio scomodo L’immagine di una Napoli che, per anni ha affidato, alla Camorra il culto dei suoi morti, è quella che oggi ignobilmente, primeggia sulla stampa e nelle immagini televisive. Questa immagine è l’emblema dello stato di degrado assoluto in cui…

  • Notizia di reato

    Qualcuno dovrebbe chiarire al Presidente della regione Sicilia, ed al capo della locale Procura della Repubblica competente per territorio, che l’adozione dell’ordinanza con la quale il Presidente ha preteso vietare, ossia interdire, l’accesso agli “uffici pubblici” per i non detentori di certificato cosiddetto verde, costituisce condotta suscettibile di integrare il reato di usurpazione di pubbliche…

  • Proclama finale

    Una volta non ero no Vax. Poi c’è stata la pandemenza. I vecchi dovevano scomparire, ma non sono scomparsi. Sono invece sempre piu’ numerosi, prevalenti e dominanti. Se il virus fosse stato diffusamente letale, ed i vecchi fossero scomparsi, la base vulnerabile si sarebbe esaurita, la restante popolazione si sarebbe naturalmente immunizzata e il problema…

  • Magistratura, pericoli e referendum.

    Stando al Fronte del No, la separazione delle carriere tra giudici e
    pubblici ministeri  espone a rischio la cultura della giurisdizione
    dei pubblici ministeri, il potere della magistratura, la tenuta della democrazia.

    Sono fondati i pericoli paventati ?

    In ordine sparso:

    1) sorvolo sui paventati pericoli per la
    giurisdizione. Ogni volta che sento un pubblico ministero lamentare
    pericoli per la cultura della giurisdizione, volgo lo sguardo a quello
    che accade nella prassi, e mi convinco che è nato un nuovo genere
    letterario.

    2) Sul paventato indebolimento dei poteri dei giudici, va
    opportunamente obbiettato che il dominio del diritto è stato
    storicamente oggetto di costante conflitto tra legislatori e giudici.
    L’espansione però del potere dei giudici, nell’Italia repubblicana,
    deve riconoscersi insuscettibile di qualsiasi compromissione.
    L’espansione del potere della magistratura, dal dopoguerra in poi, è stata
    favorita da precise scelte politico legislative e da accelerazioni
    impresse da molteplici contingenze emergenziali. E su tale assetto, i
    possibili effetti della riforma Nordio sono privi di ogni possibile
    incidenza. La separazione delle carriere in alcun modo scalfisce gli
    amplissimi poteri di cui i pubblici ministeri dispongono nella raccolta della
    prova, nell’accertamento dei reati e nelle possibili misure di
    contrasto o prevenzione dei reati. Autonomia e indipendenza della magistratura,
    quali principi fondativi della nostra costituzione, non sono
    minimamente lambiti dalla riforma. Neppure risulta intaccata
    l’obbligatorietà dell’azione penale da cui, di fatto,  deriva
    l’insindacabile potere del pubblico ministero di qualificare come atto
    dovuto qualsiasi scelta discrezionale. Resta intatta, altresì. la
    prerogativa riservata, in via esclusiva ai giudici, di sollevare
    questioni inerenti la costituzionalità delle leggi innanzi ad una
    Corte composta per un terzo da componenti dell’ordine giudiziario.
    Privilegio questo ignoto in altri ordinamenti. Per dettato
    costituzionale, poi, al Ministro della giustizia- politicamente
    un’anatra zoppa – restano affidati soltanto compiti di organizzazione
    e funzionamento dei servizi relativi alla giustizia, con una facoltà
    di promuovere l’azione disciplinare di fatto svilita dalla successiva
    attribuzione del medesimo potere al Procuratore generale presso la
    Corte di cassazione da cui è conseguita la progressiva atrofizzazione
    della corrispondente iniziativa ministeriale.

     La separazione delle carriere tra giudici e pm,
    lascia inalterato, altresì, il privilegio dei magistrati previsto
    dalle leggi che hanno eliminato qualsiasi sbarramento rispetto ai
    posti disponibili per l’effettivo esercizio delle funzioni, con
    progressioni di carriera svincolate da ogni criterio selettivo, e
    legate solo all’anzianità. Vantaggio sconosciuto a ogni altra carriera
    statale. E neppure deve essere tralasciato che ai
    magistrati non è precluso l’accesso ad incarichi extragiudiziari, ed a
    ruoli centrali in apparati dello stato, con uffici legislativi, di
    capo gabinetto dei ministeri, della presidenza del Consiglio e della
    presidenza della repubblica militarmente occupati dalle toghe.

    3) Sui rischi per la democrazia derivanti dalla possibile vittoria del
    Si, sapientemente si tace sul fatto che la carriera unica, per le due
    categorie giudicanti e inquirenti, è un retaggio del regime fascista.
    Fu il fascismo a eliminare la separazione delle carriere tra giudici e
    pubblici ministeri che era stata introdotta nel 1865 in epoca
    liberale. Nella relazione del 30 Giugno 1941, firmata dall’allora
    celeberrimo Ministro Grandi, si legge che la separazione delle
    carriere avrebbe determinato” la formazione di veri e propri
    compartimenti stagni nell’organismo della magistratura” e avrebbe
    inoltre determinato effetti negativi sull’attività dei magistrati in
    quanto, “ la formazione intellettuale e professionale del magistrato,
    lungi dall’essere turbata è, invece, avvantaggiata dall’esercizio di
    entrambe le funzioni, che offre il modo di perfezionarsi in tutti i
    campi del diritto”. Di certo l’appartenenza di giudici e pubblici
    ministeri al medesimo ordine era di certo una soluzione coerente con
    la struttura inquisitoria del vecchio codice di procedura penale
    fascista, introdotto con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1399, noto
    anche come codice Rocco- Mussolini. Si trattava di un codice
    procedurale che presupponeva la prevalenza della fase, scritta e
    segreta, delle indagini nella quale era riservato unicamente al
    pubblico ministero il potere di raccogliere la prova, con compressione
    della difesa, sia nella fase preliminare che in quella del giudizio.
    Nel 1989 il codice Rocco è stato sostituito dall’attuale codice di
    procedura penale che reca la firma Ministro, partigiano e
    antifascista, Giuliano Vassalli. Il codice Vassalli fu elaborato dalla
    commissione ministeriale presieduta dal prof. Avv.  Giandomenico
    Pisapia – candidato nel 1994 con l’Alleanza dei progressisti, e padre
    di Giuliano Pisapia che diventerà Senatore e sindaco di Milano come
    esponente di Rifondazione comunista. Il codice antifascista ha
    introdotto il sistema cosiddetto sistema accusatorio, fondato sul
    principio della parità delle parti, in cui la posizione del Pubblico
    ministero, ossia dell’organo che sostiene l’accusa, non dovrebbe
    essere ancora soverchiante rispetto alla difesa.

    Il codice accusatorio costituisce quindi l’antecedente storico
    dell’attuale riforma ed avrebbe quindi, sin da subito, imposto che il
    Pm fosse tenuto distinto da quello giudicante, per preservare le
    garanzie di imparzialità del giudice.  Vero è che  molti
    processualisti, all’epoca della sua approvazione – tutti antifascisti
    – Vassalli, Cordero, Conso – sin dall’entrata in vigore dei nuovo
    codice, osservarono che un processo di parti, senza separazione delle
    carriere, sarebbe rimasta un’opera incompiuta. Piuttosto che un pericolo per la democrazia, la riforma costituisce un passo avanti verso la defascistizzazione del sistema giudiziario.

    Per fare un esempio storico, universalmente noto, di processo
    accusatorio si pensi al processo a Gesù. A sostenere l’accusa contro
    Cristo era il sommo sacerdote,  espressione del Sinedrio, ed a
    svolgere funzioni di giudicante era il governatore Pilato, espressione
    del Pretorio e, quindi, dell’Impero.  Non deve sorprendere allora che
    proprio sull’ultimo numero di Civiltà cattolica, la storica rivista
    della Compagnia di Gesù, sia apparso un articolo a firma di Giovanni
    Cucci e Michele Faioli, che inquadra correttamente l’oggetto  del
    contesa referendaria.

    Sulla rivista romana, la cui pubblicazione riceve l’imprimatur della
    segreteria di stato vaticana, sono stati autori di matrice gesuitica
    ad esprimere, con grande consapevolezza storico giuridica, che “la
    Riforma Nordio  va “ contestualizzata in un percorso storico
    legislativo che dura da quasi quarant’anni, le cui radici affondano
    nella transizione dal modello inquisitorio a quello accusatorio e nei
    successivi,  ripetuti tentativi di riequilibrare i poteri
    costituzionali tra accusa e difesa”.

    Del resto se chi accusa e chi giudica continuassero a condividere
    carriere, formazione, organi di autogoverno e autodisciplina, in una
    corporazione dove la degenerazione correntocratica è divenuta
    totalizzante,  l’imparzialità del Giudice rischierebbe di restare
    eternamente un vuoto enunciato.

    Il vero pericolo derivante dalla riforma Nordio consiste, invece. nel
    ridimensionamento del potere delle correnti interne alla magistratura.
    Queste ultime, per effetto dell’introduzione del sorteggio nella
    designazione dei componenti del CSM sdoppiato, si vedranno deprivate
    della capacità di determinare le carriere degli appartenenti
    all’ordine giudiziario perdendo la presa condizionante sull’autonomia
    e l’indipendenza dei giudici.

    Carmine Ippolito.

  • Polveriera carceri, l’emergenza negata.

    E’ paradossale che, in Italia, come di sovente avviene nei paesi che
    pretendono essere depositari di un modello di governo
    liberaldemocratico, si assiste, con sempre maggiore frequenza,
    all’invocazione di emergenze per giustificare un’interruzione, a tempo
    più o meno determinato, dell’ordinaria dialettica politica e degli
    ordinari processi di produzione legislativa in favore di soluzioni
    commissariali: le decisioni vengono così sottratte al reale confronto
    delle rappresentanze che si raccolgono nelle assemblee elettive cui è
    costituzionalmente affidata l’emanazione della legge. La decisione
    assunta sull’onda emergenziale viene affidata ad un commissariamento
    tecnico,  ad organismi nazionali o sovranazionali, indicati come
    depositari delle uniche politiche autorizzate sul tema.  L’invocazione
    delle emergenze, a prescindere dalle questione agitate, rappresenta
    già di per sé una clamorosa contraddizione con lo spirito e la storia
    del costituzionalismo, secondo cui non esistono motivazioni valide per
    decretare eccezioni alle limitazioni di potere ed ai meccanismi
    costituzionali di produzione legislativa.  Attualmente sono numerose
    le emergenze, affermate per tali in forum come Davos o Cernobbio,
    dove periodicamente si riuniscono politici, economisti, industriali e
    operatori della finanza  per stabilire, e sottrarre al reale confronto
    democratico, le decisioni che vengono trasferite, senza possibili
    reali alternative, alle assemblee elettive a cui non resta che
    ratificare i processi di transizione digitale, energetica,
    industriale, alimentare etc. altrove affermati come inevitabili.

    Vi è un’ emergenza reale, atavica che invece non viene nemmeno
    riconosciuta per tale. E che alle anime belle che si riuniscono a
    Davos o a Cernobbio non interessa affatto.

    Assai eloquente, oltre che significativo, il titolo “L’emergenza
    negata” che Gianni Alemanno – ex sindaco di Roma ed ex ministro della
    Repubblica – e Fabio Falbo, attualmente entrambi reclusi nel carcere
    di Rebibbia, hanno dato al libro denunzia dai medesimi recentemente
    pubblicato. Il sottotitolo dato al testo è ancora più emblematico: “il
    collasso delle carceri italiane”, un sistema che, ancora nel 2025, fa
    registrare il drammatico record di 80 suicidi tra i reclusi, nella
    ancora più tragica e diffusa indifferenza del ceto politico e della
    pubblica opinione.

    La condizione in cui versa l’universo penitenziario italiano è il
    frutto di una stratificazione di questioni, come si tende bene ad
    evidenziare nel testo denunzia, come la diffusione delle droghe e
    l’immigrazione di massa che hanno sovrapposto problemi nuovi a
    problemi preesistenti.  Lo studio dei dati, pubblicati sul sito del
    ministero, offre infatti spunti densi di significato per decifrare le
    reali dinamiche sottese al fenomeno del sovraffollamento carcerario.

     Non può essere trascurato che a comporre la popolazione carceraria,
    concorrono oltre che 20.000 stranieri ( di cui ben due terzi in
    espiazione pena), 15.000 persone con dipendenze da alcol o
    stupefacenti, in aggiunta a 15.000 persone in attesa di giudizio. Sono
    questi elementi che tendono ad evidenziare tutte le inadeguatezze
    delle politiche degli ultimi decenni, dalla gestione dell’immigrazione
    alla disinvolta se non inesistente prevenzione delle dipendenze, fino
    all’eccessivo ricorso alla custodia cautelare come improprio strumento
    di politica securitaria.

    Al 30 novembre 2025, le persone detenute nei 190 istituti di pena
    italiani erano 63.868, a fronte dei poco più di 51.000 posti
    disponibili. La linea scelta dal governo, escludendo aprioristicamente
    ogni possibile ricorso a provvedimenti di clemenza, è stata anche
    stavolta la scorciatoia del commissariamento, con la nomina di un
    commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, dotato di
    poteri speciali per realizzare oltre 4600 posti detentivi entro il
    2027.

    Tuttavia è lo stesso documento commissariale che, con un tasso di
    sovraffollamento del 120%, ammette una carenza complessiva che
    difficilmente potrà essere risanata dalle misure di edilizia
    penitenziaria, stabilite e finanziate con circa 300 milioni di euro.

    L’analisi tecnica rivela che i calcoli governativi fondano sulla
    capienza regolamentare teorica: vero è che i 51.300 posti disponibili
    compaiono nelle statistiche ministeriali.

     Nella stessa relazione commissariale, invece, viene riconosciuto che
    la capacità realmente disponibile è ben inferiore, attestandosi a
    46.826 unità. Il sovraffollamento in esubero pertanto va oltre i
    15.000 posti, e non i diecimila programmati, sicché i 4.600 posti
    previsti dai programmi edilizia penitenziaria, allorquando realizzati,
    non riusciranno in alcun modo a contenere la polveriera carceraria,
    sempre più prossima al punto di implosione non contenibile. Con il
    rischio concreto che l’italia sia esposta di nuovo a al giudizio di
    infrazione degli organaismi sovranazionali, come già accaduto nel 2012
     con la sentenza Torregiani.

    Carmine Ippolito.

    https://music.youtube.com/watch?v=5g4R5xHxw_A&si=TNMQJxZtxvVKD1-i

  • Sottomissione digitale e vulnerabilità politica

    Karim Ahmad khan

    Il processo di transizione digitale ha un costo elevato.  La
    digitalizzazione implica, infatti, che il funzionamento degli stati,
    ed il conseguente esercizio dei diritti, avvenga mediante il necessario ricorso all’uso di
    dispositivi e canali telematici.

     L’ accelerazione impressa al processo di informatizzazione,
    avvenuta in uno stato di euforia collettiva, ha impedito
    finora di metterne a fuoco le ricadute negative sulla vita delle democrazie e sull’esercizio delle libertà fondamentali.

    Non si è prestata la necessaria attenzione agli effetti derivanti
    dalla concentrazione dei servizi cloud infrastrutturali presso un
    ristrettissimo numero di piattaforme statunitensi ( Amazon, Microsoft e
    google).

    La zelante adesione ai piani di transizione digitale è avvenuta senza
    adeguatamente considerare la sostanziale incapacità delle istituzioni democratiche di controllare, gestire e proteggere, con la continuità necessaria, le
    proprie risorse digitali, intese come dati, infrastrutture,
    tecnologie e servizi, per gli Stati che non dispongono di autonome piattaforme.

    Nei primi mesi del 2025, si è verificato un episodio, passato quasi sotto silenzio, che illustra con
    chiarezza come la dipendenza europea dalle piattaforme digitali
    statunitensi possa trasformarsi in vulnerabilità geopolitica.

    A metà Febbraio Microsoft ha disattivato l’account di posta
    istituzionale del procuratore capo della Corte penale internazionale,
    Karim Ahmad Khan, privando la CPI di una canale di comunicazione
    fondamentale.

    La disattivazione è stata disposta in esecuzione dell’Ordine Esecutivo
    14203 “Imposing Sanctions on the International Criminal Court”,
    firmato il 6 febbraio 2025 dalla Casa Bianca.

    L’atto presidenziale con il quale, dalla studio ovale, è stato
    disattivato, d’imperio, l’account della Corte dell’Aia, è stato emesso
    sulla base dell’ International Emergency Economic Powers Act. È stata
    così unilateralmente irrogata, in relazione ai procedimenti in corso per crimini di
    guerra relativi alle indagini sul genocidio in corso a Gaza, una
    sanzione nei confronti del procuratore della CPI dagli effetti
    mutilanti ed immediatamente esecutivi.

    La disattivazione immediata si è resa possibile stante la
    concentrazione in mano statunitense delle infrastrutture digitali cui
    è necessario fare ricorso, su scala globale, per informatizzare ogni
    anfratto della vita civile e dell’esistenza personale e collettiva.

    Non desta meraviglia che la vicenda, sebbene gravissima, non ha ricevuto dalla stampa il
    risalto che avrebbe meritato, e neppure ha destato discussioni o polemiche.

    Eppure si trattava di questione gravissima, implicando l’interruzione, arbitrariamente decisa dall’ amministrazione americana,
    del servizio di un ufficio giudiziario sovranazionale che è stato, con
    un click, privato temporaneamente di un canale di comunicazione essenziale.
    La disattivazione dell’ account della Corte competente a giudicare sui crimini di guerra , ha rappresentato un eloquente messaggio trasversale a governi e imprese di ogni continente affinché risultasse universalmente chiaro che
    provvedimento amministrativo statunitense può istantaneamente minare la tenuta dello Stato
    di diritto interno e internazionale.

    Occorre allora riconoscere che siamo precipitati nella illuminata era della sottomissione digitale, dove l’Europa versa in
    una condizione tecnologica di assoluta irrilevanza.

    In sostanza, affidando il funzionamento di istituzioni e servizi alle
    infrastrutture digitali statunitensi , l’Europa si è stretta da sola la corda al
    collo. Non ci sono, allo stato, alternative . Allorquando Amazon, Microsoft,
    Google, anche per ordine esecutivo della Casa bianca, decidessero di
    staccare la spina ( per ragioni politiche, economiche, strategiche o
    anche solo di business) ci ritroveremmo con server spenti, dati
    bloccati e apparati, servizi e istituzioni paralizzati.

    E dire che il continente paga già ogni anno un salatissimo pedaggio di
    250 miliardi di euro per usare le autostrade digitali di Amazon,
    Google e microsoft. Ed i prezzi dei servizi cloud, come
    ciascuno può constatare, aumentano vertiginosamente ogni anno,
    generando un fenomeno già noto come techflazione. E non è possibile non
    pagare quanto ogni anno ci viene estorto, in termini di aumenti sulle
    tariffe sui servizi digitali, derivandone, in caso contrario, il
    mancato esercizio dei diritti e delle attività fondamentali che oggi
    presuppongono l’obbligatorio impiego delle piattaforme digitali.

    L’unica alternativa sarebbe quella di affidarsi alle piattaforme
    cinesi, cadendo così dalla padella alla brace, viste le prevedibili pesanti
    ricadute,in termini di censura, che ne conseguirebbero all’istante.

    L’Europa si illude di risolvere la questione sempre mediante la
    scrittura di regole, perché nella produzione legislativa siamo
    maestri. Peccato che senza mettere mano ai giganteschi investimenti necessari a
    realizzare server, chip, cavi sottomarini e data center  autonomi,
    ogni soluzione per uscire dalla condizione di sudditanza tecnologica è del tutto illusoria.

    Microsoft ha celebrato i 4 mila miliardi di capitalizzazione, mentre
    l’Ue ha previsto nella bozza di bilancio 2028 – 2032 la costituzione
    di un fondo di 50 miliardi per l’innovazione.

    Avendo intrapreso, a tappe forzate, il processo di digitalizzazione
    della vita civile, l’Europa deve riconoscere che  la sfida di sistema
    si gioca sul piano della capacità di archiviare, conservare e
    processare i dati che fanno funzionare ospedali, uffici, questure,
    impianti, caserme, aziende, insomma interi stati. E’ urgente sottrarsi
    allo strangolamento di una moderna forma di colonizzazione
    algoritmica, pericolosa perché tanto letale, quanto seducente e
    silenziosa.

    Carmine Ippolito

  • Al Masri, commedia, tragedia e comiche finali.

    Nuovo capitolo della vicenda Al Masri, il militare libico accusato di
    torture e crimini contro l’umanità, arrestato, su mandato della Corte
    penale internazionale, poi espulso e riaccompagnato in Patria con volo
    di stato italiano.  Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, esce
    dal caso in quanto il Tribunale dei ministri ha deciso di archiviarne
    la posizione. Mentre nei confronti dei ministri dell’Interno e della
    Giustizia, Matteo Piantadosi e Carlo Nordio, e del sottosegretario
    alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, si ritiene
    praticabile una ragionevole previsione di condanna per i reati di
    peculato e favoreggiamento  e viene avanzata richiesta di rinvio a
    giudizio e di autorizzazione a procedere.

    La decisione del Tribunale dei ministri è stata preceduta di qualche
    giorno dai contenuti di un’eloquente intervista, rilasciata al
    quotidiano la Repubblica, dal dott. Raffaele Piccirillo, sostituto
    procuratore generale presso la Corte di Cassazione ed erudito
    giurista.  L’intervista ha di certo inconsapevolmente anticipato gli
    esiti dell’istruttoria sul caso, ma le argomentazioni in essa
    articolate, in quanto speculari alle valutazioni cui è successivamente
    pervenuto il Tribunale dei Ministri circa la responsabilità degli
    uomini di governo indagati,  ne rende l’analisi dei contenuti
    particolarmente stimolante.

    Piccirillo, già capo di gabinetto al ministero della Giustizia
    allorquando occupava il dicastero l’eminente avvocato grillino
    Bonafede, al secolo Fefè o Dj – nel corso dell’intervista ha
    motivatamente sentenziato  che non vi fosse alcuna ragione giuridica
    per non convalidare l’arresto di Al Masri, e per non consegnare il
    generale libico alla Corte penale internazionale.

    Con assoluta chiarezza espositiva, l’ex capo di gabinetto del Ministro
    a cinque stelle, ha chiarito  che le disposizioni contemplate dalla
    normativa che regola l’esecuzione dei mandati di arresto della Corte
    penale internazionale, risultavano essere state negligentemente
    disattese, dai soggetti istituzionalmente chiamati ad adottare,
    ciascuno per quanto di rispettiva competenza, i provvedimenti del
    caso.

    Era prevedibile immaginare che il punto di vista critico, promanando
    da fonte qualificata e autorevole, sarebbe risultato politicamente
    significativo in quanto, per farla breve, espressione di una visione
    politica e di un pensiero giuridico alternativo rispetto a quello che
    aveva ispirato le scelte degli uomini di governo intervenuti ad
    affrontare la questione nella peculiare contingenza operativa derivata
    dall’arresto di l Masri.  Le affermazioni del dottor Piccirillo
    rendono plausibile, quindi, ipotizzare che, nel caso in cui, all’atto
    dell’arresto del presunto torturatore libico, vi fosse stata al
    governo una coalizione a 5 stelle, costui giammai sarebbe stato
    espulso e rimpatriato in Libia. Al contrario, stando alla lucida
    valutazione dell’ex capo di gabinetto dell’indimenticato ministro
    grillino, con indefessa solerzia ed intransigente osservanza delle
    norme, Al Masri sarebbe stato consegnato agli organi della Corte
    penale internazionale in esecuzione del mandato di arresto.

    Al di là di ogni fisiologica contrapposizione strumentalmente polemica
    tra contrapposti schieramenti politici,  il caso sottende una
    questione che travalica i termini della corretta applicazione
    procedurale, vertendo sul  massimo problema intorno a cui ha ruotato
    la contemporanea speculazione politica occidentale.

    In taluni casi, la decisione di un governo si misura, purtroppo, con
    l’innegabile difficoltà di conciliare la teoria giuridica dello stato
    con la comprensione scientifica della politica. E tale significativo
    aspetto, nella critica valutazione dell’ex capo di gabinetto del
    ministro grillino – come nelle assimilabili  determinazioni del
    Tribunale dei Ministri sull’operato degli uomini di governo
    intervenuti – viene troppo disinvoltamente tralasciato.

    Allorquando le ragioni del diritto e quelle degli interessi tutelati
    dallo stato collidono – e’ questo il quesito di fondo- il decisore,
    ossia colui che è chiamato ad assumere la decisione politica sovrana,
    è tenuto ad affermare il primato della nuda norma o a tutelare la
    sicurezza interna ed esterna dello stato?

    Lo stato moderno, a differenza di qualsivoglia altro soggetto di
    diritto, ha due anime, essendo una manifestazione della politicità e,
    contemporaneamente, un ordinamento giuridico che si articola anche sul
    piano sovranazionale.

     Vero è che gli stati che hanno aderito al trattato istitutivo della
    Corte penale internazionale hanno ceduto parte della propria sovranità
    giurisdizionale a quest’organo sovranazionale cui è stata
    riconosciuta, con il trattato di Roma, competenza funzionale a
    trattare genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità.

    Ciononostante, le decisioni adottate, nel caso al Masri, dal governo e
    dai magistrati della Corte di appello di Roma, non collidono con la
    teoria giuridica dello stato trattandosi delle uniche determinazioni
    che politicamente potevano essere assunte in una condizione
    assimilabile al cosiddetto stato di eccezione.

    Quello dello stato di eccezione è un concetto universalmente
    riconosciuto dalla teoria generale del diritto. Si tratta di concetto
    limite, ma nient’affatto confuso, di cui è agevole richiamare esempi,
    anche della storia recente del nostro paese, che  legittimano la
    compatibilità con l’ordinamento e la teoria giuridica dello stato di
    decisioni assunte su accadimenti del tutto imprevedibili nella
    produzione normativa del legislatore . Basti ricordare  l’arresto di
    Mussolini, disposto il 25 Luglio 1943 dal Re, la sospensione della
    scarcerazione di Priebke conseguente ad una sentenza dichiarativa
    della prescrizione, disposta dal ministro della giustizia,  ossia da
    un soggetto privo di competenze funzionali ad emettere atti privativi
    della libertà personale.

    La decisione adottata sul caso Al Masri costituisce un atto di stato
    anomalo, e se vogliamo ripugnante, avendo determinato l’espulsione di
    un comandante libico accusato dei peggiori delitti commessi nella sua
    patria. E’ errato ritenere, però, come si pretende fare, sulla base di
    una visione giuridica connotata da un normativismo di matrice
    assolutizzante, che tale difficile decisione possa apprezzarsi
    illegittima, delittuosa o criminale.

    Nel caso di specie giammai i decisori politici risultano avere
    determinato uno sviamento delle funzioni istituzionali loro
    attribuite. Ricorreva, infatti, quella oggettiva condizione di
    necessità qualificabile, sul piano della teoria generale dello stato,
    come stato di eccezione:  certo è che dalla consegna di Al Masri alla
    Corte dell’Aia ne sarebbe derivata la concreta esposizione a pericolo
    della sicurezza interna ed esterna dello stato, ossia  di cittadini ed
    imprese strategiche nazionali, operanti nella regione libica. Il
    governo ha agito pertanto in una condizione nella quale alla nuda
    norma non poteva essere riconosciuto un formalistico primato, e le
    prerogative sovrane dello stato repubblicano dovevano ritrovare
    prevalenza e massima espansione .

    Nessuno può affermare che la Libia è, dallo spodestamento di Gheddafi,
    uno stato normale. Forse non è più nemmeno uno stato. Non è di certo
    uno stato di diritto. La Libia è uno stato anomico, ove non esiste un
    unico governo, dove molte tribù e fazioni armate si contendono, con
    ogni mezzo, il controllo militare del territorio e delle risorse. E
    dove la certezza della legge non esiste. Se fosse stata data
    formalisticamente esecuzione, da governo e corte di appello, al
    mandato di arresto di Al Masri, di certo cittadini, imprese ed
    interessi italiani sarebbero risultati automaticamente esposti un
    ampio fronte di aperta belligeranza.  E’ possibile, invece, concludere
    che se, al governo, allorquando è stato arrestato il generale libico,
    avessimo avuto un governo a guida grillina, il primato della norma
    sarebbe stato fatto salvo, ma la sicurezza dello stato repubblicano
    sarebbe stata in pericolo. E’ difficile riconoscere a quale
    genere rappresentativo ( commedia o tragedia?)  la tormentata trama
    della vicenda al Masri meglio si presta ad essere iscritta.   Di
    certo, siamo ancora molto  lontani dall’epilogo e, quindi, dalle
    comiche finali.

    Carmine Ippolito

    https://youtu.be/GpodwSSx-5o?si=kv1vJVXUY7FVIxsJhttps://youtu.be/GpodwSSx-5o?si=kv1vJVXUY7FVIxsJ

  • Elogio dei dazi

    La guerra commerciale su scala mondiale è esplosa. Meglio tardi che
    mai. Era ora che nell’emisfero occidentale, progressivamente
    deindustrializzato, quello delle cosiddette democrazie liberali,
    qualcuno si decidesse a rompere gli indugi. Bene, nell’interesse di tutti,
    che lo abbia fatto l’amministrazione americana. Senza esitare, a
    poche settimane dall’insediamento, la strana coppia, Trump – Vance, ha
    introdotto un regime tariffario sulle importazioni volto ad arginare il
    deficit della bilancia commerciale e, soprattutto, idoneo a
    determinare la ripresa del processo di reindustrializzazione del
    paese. Vero è che, negli ultimi trent’anni, il vitalismo economico dei
    paesi ad alto reddito, in ragione del gigantesco processo di
    delocalizzazione della produzione industriale, si è andato
    progressivamente spegnendo. E’ da quando la Cina è diventata membro
    dell’organizzazione mondiale del commercio che gli indici di
    produzione industriale consacrano, nelle nazioni occidentali, il
    crollo e la progressiva erosione del comparto manifatturiero. Ne sono
    derivate costanti ricadute negative sul piano dell’occupazione, della
    domanda interna e della produzione di ricchezza per le nazioni che
    paradossalmente si autodefinivano come paesi maggiormente
    industrializzati. Le misure di natura protezionistica, energicamente
    introdotte dall’amministrazione Trump, prima di ogni altra cosa,
    determinano, invece, ricadute generalizzate sui mercati finanziari
    perché idonee a stravolgere l’ordine globale e macroeconomico
    affermatosi a partire dalla stipula del trattato istitutivo
    dell’Organizzazione mondiale del commercio, firmato a Marrakech il
    15.04.1994 e, successivamente, consolidatosi con l’ingresso della Cina
    nel WTO l’ 11 dicembre 2001.


    I fenomeni di ritorno che si sono innescati, per effetto
    dell’assimilazione nel medesimo ordine economico
    internazionale delineato dal WTO, di democrazie mature e liberali  e
    sistemi totalitari, autocratici e non socialmente progrediti, erano
    prevedibili. E da tanti, come chi vi scrive, erano stati preconizzati. Eccone una
    sintetica selezione: 1) si era detto: “ l’occidente esporterà
    ricchezza ed importerà poverta”. Ed è accaduto!; 2) si era aggiunto
    che “i salari occidentali” sarebbero entrati, al ribasso, in
    concorrenza con i “
    salari orientali” senza che gli operai orientali debbano immigrare e
    venire a lavorare nelle nostre fabbriche. Ed è accaduto che i capitali
    occidentali si sono trasferiti laddove i salari erano più bassi,
    direttamente o indirettamente finanziando le fabbriche orientali. La
    convenienza ad investire dove la manodopera costa di meno ha
    innescato, tra i proletari di tutto il mondo, la concorrenza
    salariale al ribasso; 3) i salari occidentali si sono livellati
    al ribasso, appiattendosi sui salari orientali, nel mentre il costo
    della vita, come previsto,. è rimasto saldamente attestato agli alti standard
    occidentali di talché lo “spettro della povertà” si è progressivamente
    diffuso e materializzato nell’Occidente della decrescita infelice; 4)
    gli stati occidentali, come membri degli organismi sovranazionali, ed
    in particolare dell’ Unione europea e dell’Organizzazione mondiale del
    commercio, fondate sul dogmatico pilastro del libero scambio,
    hanno supinamente assistito alla contestuale demolizione del
    proprio sistema di produzione e dello stato sociale;

      Ed ora che il fantasma della povertà in occidente si è
    materializzato comincia a fare paura non solo nelle famiglie e nelle
    periferie che votano AFD in Germania, Georgescu in Romania e i
    lepenisti in Francia, ma soprattutto alla grande finanza speculativa
    ed alle elite della robotica e della tecnologia digitale.

    Risponde, invece, a logiche di senso comune e si prefigge scopi di
    salvaguardia la tanto vituperata introduzione dei dazi: sono barriere
    artificiali
    che possono applicarsi per limitare flussi commerciali provenienti da
    altri territori. Sono misure di protezione e costituiscono una
    concreta opportunità di ripresa della produzione agricola e
    industriale se le tariffe doganali vengono praticate per arginare
    importazioni di beni o prodotti provenienti da paesi che
    commercializzano prodotti sottocosto, sfruttando in forma disumana la
    manodopera, violando le regole di sanità o sicurezza dei beni nei
    cicli di produzione, oppure sfruttando
    asimmetriche economie di scala. I dazi alle importazioni di beni
    provenienti dai paesi dove la manodopera lavora in condizioni di
    sfruttamento, favoriscono il rispetto della dignità del lavoro perché
    incentivano le assunzioni e l’innalzamento dei livelli salariali,
    imponendo alle multinazionali di avviare stabilimenti produttivi
    direttamente nei paesi in cui intendono commercializzare i loro
    prodotti. La guerra commerciale dei dazi e’ una guerra giusta. E’
    sbagliato il nemico: piuttosto che con gli stati uniti, andrebbe
    ingaggiata con le tigri asiatiche: con la Cina di Xi jimping, con il
    vietnam di Pham Minh Chin  o l’India di Modi.

    Carmine Ippolito

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