Verso il fascismo peggiore

Si scrive stato di emergenza, si legge pieni poteri. Il Governo ne esige un’ulteriore, e forse non tanto inattesa, proroga. In Italia la democrazia – quella che può esercitarsi solo nelle sedi parlamentari, ove siedono i rappresentanti eletti dal popolo – è sospesa dal 31 gennaio allorquando lo stato di emergenza è stato decretato per la prima volta. Non si trascuri che l’attuale Capo del Governo cui, con lo stato di emergenza, vengono riconfermati, di fatto, pieni poteri, giammai è stato eletto dal popolo. Il corpo elettorale, quando ha votato per rinnovare Camera e Senato, in assoluta, se non totale, maggioranza ignorava del tutto l’esistenza in vita dell’avvocato Conte. Ora, rispetto ad allora, il Covid 19 è certamente diffuso, ma la sua gestione sanitaria non può, di certo, considerarsi ancora fuori controllo sotto il profilo sanitario. Sicché risulta del tutto venuta meno quella condizione di stato di eccezione che dovrebbe costituire la base legale legittimante il ricorso alla proroga dello stato di emergenza. Paradossale, ma vero: rispetto alla prima fase della crisi epidemica, adesso sono i medici che, con i tamponi a tappeto, cercano i positivi al virus, e non, come solitamente accade, gli ammalati veri, ossia quelli sintomatici, a cercare i medici. In tutti gli altri stati europei, infatti, lo stato di emergenza sanitaria è stato, nel frattempo, revocato. Nella stessa Ungheria del “truce” Orban, il Parlamento ne ha revocato la proclamazione sin dal mese di Giugno. In Italia, la scadenza dello stato di emergenza era originariamente stabilita al 31 Luglio. Ed invece, stando ai desiderata del capo del governo, sembra non dovere mai più finire, almeno fino a quando l’ultimo patogeno non sarà stato eradicato dall’orbe terracqueo.  A Luglio non si registravano impennate nel numero dei contagi. Eppure il Governo impose che la maggioranza giallorossa votasse, in Parlamento, la proroga dei poteri emergenziali. Il pretesto venne individuato nella paventata necessità di approntare le misure necessarie a garantire la piena ripartenza della scuola nei tempi stabiliti. Ed abbiamo visto, invece, per la ripartenza della scuola, come è davvero andata a finire. Lo Stato di emergenza – va detto – determina l’involuzione autoritaria dell’ordinamento perché sospende o depotenzia il funzionamento, a pieno regime, del Parlamento quale luogo cui la Costituzione demanda, in via esclusiva l’esercizio della sovranità popolare e la determinazione dell’indirizzo politico dello Paese. L’innaturale mantenimento dello stato di emergenza sovverte la struttura su cui fonda la Repubblica parlamentare recepita dalla Costituzione repubblicana: basti pensare che la sospensione, ormai sine die, dei più elementari diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione risulta affidata alle determinazioni di pochi ( Capo del Governo, capo della protezione civile, comitati tecnico scientifici), soggetti giammai legittimati dalla investitura del corpo elettorale. Va detto pure che l’architettura Costituzionale repubblicana contempla la compatibilità dello stato di emergenza con l’ordinamento democratico, ma ad una sola condizione: che si ricorra a tale eccezionale strumento, in via straordinaria, per periodi strettamente limitati. Uno stato democratico e di diritto, dove l’emergenza diviene normalità già non può considerarsi più tale. Il Governo, verosimilmente, prorogando lo stato di emergenza, si prefigge solo un obiettivo politico immediato e di piccolo cabotaggio, ossia preservare la tenuta di una maggioranza eterogenea che – nel corso del costante confronto parlamentare –  rischia di progressivamente erodersi ed entrare irreversibilmente in crisi.  Il serio rischio che si corre, con l’abuso del ricorso ai “pieni poteri”, è un altro: assuefare, con gradualità, i cittadini alla perniciosa idea che lo stato, per meglio funzionare, non ha bisogno del Parlamento e che la democrazia costituisca un inutile ostacolo alla tempestiva risoluzione dei problemi che affliggono la società.

Il pericolo vero, allora  non va scorto nel da molti paventato ritorno – evocato non si comprende bene da chi – del vecchio fascismo, quello sepolto, oltre settanta anni or sono, dalle ceneri della storia: il rischio che progressivamente si va materializzando, sotto lo sguardo attonito dei cittadini paralizzati dai bollettini dei contagi, è l’affermazione di un fascismo nuovo,, strisciante e politicamente corretto che, affermandosi in un clima di costante terrore sanitario, si riveli assai peggiore di quello muscolare fondato sulla fisica dello squadrismo e le cui spoglia mortali giacciono, sperando inutilmente di trovarvi pace, a San Cassiano. Il fascismo incipiente che, passo dopo passo, sta prendendo corpo è fondato sul ripudio collettivo delle istituzioni democratiche, dei diritti e delle libertà fondamentali da parte di individui distanziati e, quindi, disaggregati che, posti di fronte all’incombente pericolo della invisibile morte virale, non attribuiscano più alcun valore alcuno al confronto delle idee e delle visioni contrapposte. Il fascismo incipiente non induce alla rinunzia delle libertà politiche in garantendo, in cambio, la dignità del lavoro ed ogni forma di sicurezza sociale, ma indottrina all’individualistico ripudio di ogni bene che non sia tra quelli che garantiscano la propria personale salvezza fisica e materiale. Avanza un nuovo fascismo che declina la democrazia come un superato ostacolo alla preservazione della desolante solitudine corpi senza volto, senza identità e senza aspirazioni più alte della materiale dimensione della silente permanenza in vita.

Carmine Ippolito

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