E’ paradossale che, in Italia, come di sovente avviene nei paesi che
pretendono essere depositari di un modello di governo
liberaldemocratico, si assiste, con sempre maggiore frequenza,
all’invocazione di emergenze per giustificare un’interruzione, a tempo
più o meno determinato, dell’ordinaria dialettica politica e degli
ordinari processi di produzione legislativa in favore di soluzioni
commissariali: le decisioni vengono così sottratte al reale confronto
delle rappresentanze che si raccolgono nelle assemblee elettive cui è
costituzionalmente affidata l’emanazione della legge. La decisione
assunta sull’onda emergenziale viene affidata ad un commissariamento
tecnico, ad organismi nazionali o sovranazionali, indicati come
depositari delle uniche politiche autorizzate sul tema. L’invocazione
delle emergenze, a prescindere dalle questione agitate, rappresenta
già di per sé una clamorosa contraddizione con lo spirito e la storia
del costituzionalismo, secondo cui non esistono motivazioni valide per
decretare eccezioni alle limitazioni di potere ed ai meccanismi
costituzionali di produzione legislativa. Attualmente sono numerose
le emergenze, affermate per tali in forum come Davos o Cernobbio,
dove periodicamente si riuniscono politici, economisti, industriali e
operatori della finanza per stabilire, e sottrarre al reale confronto
democratico, le decisioni che vengono trasferite, senza possibili
reali alternative, alle assemblee elettive a cui non resta che
ratificare i processi di transizione digitale, energetica,
industriale, alimentare etc. altrove affermati come inevitabili.
Vi è un’ emergenza reale, atavica che invece non viene nemmeno
riconosciuta per tale. E che alle anime belle che si riuniscono a
Davos o a Cernobbio non interessa affatto.
Assai eloquente, oltre che significativo, il titolo “L’emergenza
negata” che Gianni Alemanno – ex sindaco di Roma ed ex ministro della
Repubblica – e Fabio Falbo, attualmente entrambi reclusi nel carcere
di Rebibbia, hanno dato al libro denunzia dai medesimi recentemente
pubblicato. Il sottotitolo dato al testo è ancora più emblematico: “il
collasso delle carceri italiane”, un sistema che, ancora nel 2025, fa
registrare il drammatico record di 80 suicidi tra i reclusi, nella
ancora più tragica e diffusa indifferenza del ceto politico e della
pubblica opinione.
La condizione in cui versa l’universo penitenziario italiano è il
frutto di una stratificazione di questioni, come si tende bene ad
evidenziare nel testo denunzia, come la diffusione delle droghe e
l’immigrazione di massa che hanno sovrapposto problemi nuovi a
problemi preesistenti. Lo studio dei dati, pubblicati sul sito del
ministero, offre infatti spunti densi di significato per decifrare le
reali dinamiche sottese al fenomeno del sovraffollamento carcerario.
Non può essere trascurato che a comporre la popolazione carceraria,
concorrono oltre che 20.000 stranieri ( di cui ben due terzi in
espiazione pena), 15.000 persone con dipendenze da alcol o
stupefacenti, in aggiunta a 15.000 persone in attesa di giudizio. Sono
questi elementi che tendono ad evidenziare tutte le inadeguatezze
delle politiche degli ultimi decenni, dalla gestione dell’immigrazione
alla disinvolta se non inesistente prevenzione delle dipendenze, fino
all’eccessivo ricorso alla custodia cautelare come improprio strumento
di politica securitaria.
Al 30 novembre 2025, le persone detenute nei 190 istituti di pena
italiani erano 63.868, a fronte dei poco più di 51.000 posti
disponibili. La linea scelta dal governo, escludendo aprioristicamente
ogni possibile ricorso a provvedimenti di clemenza, è stata anche
stavolta la scorciatoia del commissariamento, con la nomina di un
commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, dotato di
poteri speciali per realizzare oltre 4600 posti detentivi entro il
2027.
Tuttavia è lo stesso documento commissariale che, con un tasso di
sovraffollamento del 120%, ammette una carenza complessiva che
difficilmente potrà essere risanata dalle misure di edilizia
penitenziaria, stabilite e finanziate con circa 300 milioni di euro.
L’analisi tecnica rivela che i calcoli governativi fondano sulla
capienza regolamentare teorica: vero è che i 51.300 posti disponibili
compaiono nelle statistiche ministeriali.
Nella stessa relazione commissariale, invece, viene riconosciuto che
la capacità realmente disponibile è ben inferiore, attestandosi a
46.826 unità. Il sovraffollamento in esubero pertanto va oltre i
15.000 posti, e non i diecimila programmati, sicché i 4.600 posti
previsti dai programmi edilizia penitenziaria, allorquando realizzati,
non riusciranno in alcun modo a contenere la polveriera carceraria,
sempre più prossima al punto di implosione non contenibile. Con il
rischio concreto che l’italia sia esposta di nuovo a al giudizio di
infrazione degli organaismi sovranazionali, come già accaduto nel 2012
con la sentenza Torregiani.

Carmine Ippolito.
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